Una breve storia della professione dalla nascita agli anni recenti
Sollecitato da Science for the People Italia – Scienza di classe (sezione italiana della più nota organizzazione storica statunitense Science for the People), Alberto Baldasseroni – con la sua nota precisione e chiarezza – ha riassunto in alcune pagine una storia italiana della professione di medico del lavoro, che è ricca di spunti, oltre che per una interessante lettura storica, anche per la comprensione del presente.
Qui il link: https://scienceforthepeople.it/blog/2026/05/18/Il-medico-del-lavoro.html
Non c’è dubbio come già la narrazione della nascita della “moderna” medicina del lavoro in Italia tra Devoto e Pieraccini, passando per Carozzi e per l’Ispettorato medico centrale, proponga delle riflessioni sulla collocazione di una disciplina posta, per sua stessa natura, in un terreno posto tra lavoratori e imprese, in una non sempre facile gestione della tutela della salute. Così come le successive evoluzioni nelle aziende (fino all’odierno “medico competente”), negli enti pubblici di varia natura ed infine anche in quei Servizi di prevenzione prodotti dalla Riforma Sanitaria del ‘78. I grandi cambiamenti che hanno determinato le lotte operaie nel ’68 e anni seguenti hanno costruito un modello tutto italiano di prevenzione pubblica in cui i medici del lavoro hanno giocato un ruolo importante, operando anche per la multidisciplinarietà e ponendo le basi per un allargamento delle discipline coinvolte ed anche per la creazione di nuove professioni della prevenzione.
Il breve testo di Alberto si chiude sull’attuale situazione caratterizzata da una “crisi di ruolo e di prospettive per la medicina del lavoro (che) non è solo italiana, ma investe almeno tutta l’Europa” ed apre ad una riflessione quanto mai opportuna ed urgente, che non può essere confinata alla medicina del lavoro, ma deve coinvolgere il complesso delle discipline e professioni della prevenzione.
Nota del 2 luglio 2026


4 risposte
Ho passato quasi 40 anni nei Servizi PSAL delle ASL come medico del lavoro, ma non ricordo di avere scambiato con altri colleghi riflessioni sui motivi che ci hanno fatto scegliere questa specializzazione. Dando per scontato che se ci trovavamo a lavorare in quel contesto era perché ci interessava quel tipo di lavoro.
Non ricordo di avere avuto un confronto con colleghi giovani, più giovani sì, ma solo di qualche anno. O meglio l’ho avuto con qualche specializzando durante il tirocinio presso il nostro Servizio. Qualcuno di questi, pochissimi, ha scelto di fermarsi nei nostri Servizi, la maggior parte ha scelto la carriera di medico competente o di lavorare presso le UOOML. Perché? Non so, probabilmente da una parte sono stati attirati da un maggior guadagno dall’altra dal “camice”.
Gli iscritti alla scuola di specialità di Milano sono 43 spalmati sui quattro anni; questa scuola dispone di 10 posti all’anno, che qualche volta vengono aumentati di 3 o 4 posti.
L’anno scorso al primo incontro che ho avuto con gli specializzandi (erano una ventina, metà al secondo anno, che è il mio anno di riferimento, e metà del quarto anno, eccezionalmente presenti perché avevano saltato questo insegnamento quando erano al secondo) ho chiesto perché avevano scelto questa specializzazione e una volta specializzati cosa avrebbero voluto fare. Qualcuno, ha risposto perché credono nel ruolo preventivo del medico del lavoro, tanti perché è un tipo di lavoro che non richiede di lavorare a turni. La maggior parte è indirizzata alla professione di medico competente, perché al di fuori di una organizzazione gerarchica e quindi con una propria indipendenza nelle decisioni. Alcuni aspirano a lavorare in una UOOML, dove già frequentano e dove stanno preparando la tesi. Nessuno ha dichiarato di voler lavorare in un Servizio PSAL.
Credo che simili scelte non si possano generalizzare al territorio nazionale. La Lombardia ha un’organizzazione particolare, i Servizi di Prevenzione, sono staccati dal resto della sanità, un medico giovane teme di non poter svolgere nessun compito clinico, di non avere la possibilità di visitare i lavoratori. Tutta la parte sanitaria viene svolta dalle UOOML.
In altre Regioni la situazione è differente, dove i Servizi di Prevenzioni sono inseriti nella stessa organizzazione degli ospedali, quindi è probabile che il giovane specializzato veda uno sbocco più consono alle sue aspirazioni.
I concorsi che vengono indetti vanno deserti (ad onor del vero non riguarda solo la nostra specializzazione, ma anche specializzazioni cliniche come medicina interna).
Va considerato che sono cambiate anche le modalità di accesso alla stessa facoltà di medicina (vedi ad esempio numero chiuso), così come sono cambiate le motivazioni che inducono un giovane 19 enne a scegliere questa facoltà piuttosto che un’altra.
Gli specializzandi frequentano un tirocinio presso il Servizio PSAL, ma a causa della carenza di personale medico, vengono seguiti poco e male, non riuscendo a valorizzare la parte più interessante del lavoro, come ad esempio la possibilità di vedere le più svariate realtà lavorative e di approfondire diversi rischi lavorativi.
Il cambiamento del nostro lavoro già stava avvenendo nei nostri anni e anche le motivazioni della scelta di fare il medico del lavoro. Io ho iniziato negli anni ’80 quindi dopo la prima ondata degli SMAL. Ma già in quegli anni diversi colleghi non avevano fatto una scelta ideologica.
Le modalità di lavoro sono cambiate nel tempo. Le indagini di comparto fatte in prima persona e cioè indagini ambientali e indagini sanitarie fatte direttamente dagli operatori, sono state sostituite dai piani mirati di prevenzione in cui il ruolo degli PSAL è di assistenza, oltre che di vigilanza, nei confronti dei sistemi di prevenzione delle aziende, che direttamente svolgono le indagini.
Sono cambiati anche gli strumenti a disposizione. Basti pensare alle informazioni ora disponibili per programmare l’attività. Strumenti che facilitano la programmazione ma richiedono maggiori sforzi di gestione e organizzazione.
Con l’avvento delle figure di RSPP, è cambiato anche il modello del medico d’azienda, divenuto poi medico competente. In passato il medico del lavoro valutava direttamente i rischi professionali per poi programmare la sorveglianza sanitaria, avvalendosi del supporto, là dove esisteva, dell’addetto alla sicurezza e dei lavoratori, ora, spesso, si basa sulla valutazione dei rischi effettuata dal RSPP.
E’ probabile che i giovani percepiscano il lavoro nei Servizi PSAL come estremamente burocratico (“tutto leggi e distintivo”), con poco spazio per la diretta operatività. Sta a noi cercare di fargli cambiare questa errata opinione.
Lalla Bodini ha lasciato un commento:
L’articolo di Alberto ci mette difronte ad almeno 3 domande da porre a noi stessi, alle istituzioni, alla politica, al sindacato…
1) Nel sistema pubblico dei servizi territoriali ASL la questione salute ( ricerca attiva delle malattie professionali, coordinamento e controllo della attività dei medici competenti, rischio chimico, rischi psicosociali, movimentazione carichi e posture … per dire le prime cose che mi vengono in mente ..) ha ancora importanza? Se la risposta è, immagino, SÌ, allora con quali competenze se i medici del lavoro sono sempre meno, assistenti sanitari pochissimi, psicologi organizzativi ancora meno?
2) L’appeal della figura un tempo prestigiosa del medico del lavoro pubblico si è nel tempo appannato nel silenzio istituzionale, mediatico, sindacale … e anche un po’ nostro, che pure abbiamo fondato questo mondo nuovo (vedi, per credere, l’archivio Snop, EBook sulla nostra storia, il peso in tutti i Gruppi di Lavoro)
Sicuramente, la formazione universitaria oggi non aiuta, e preferisce formare soprattutto la figura del medico competente con materie solidamente tradizionali.
Sistema informativo, capacità gestionali, programmazione del lavoro per rischi, comparti, capacità di condurre audit, comunicazione … ovvero tutte le “altre‘ competenze che ci servono, oltre a quelle disciplinari, trovano un giusto spazio nell’attuale formazione ?
3) nella mia vita professionale (ASL Sesto San Giovanni e dintorni), associativa (SNOP) e interassociativa (CIIP) ho sempre creduto e praticato il lavoro interprofessionale, al punto di rinunciare al decimo livello per il settimo al migliore tecnico e al decimo all’ingegnere e non me ne sono mai pentita (i soldi erano quelli, prendere o lasciare e io ho lasciato agli altri).
Trovo assurda quindi la contrapposizione medici del lavoro – tecnici della prevenzione, nei decenni rafforzati giustamente nei numeri, nei saperi, nel lavoro, nella responsabilità.
Quindi?
10 giugno 2026
Lalla Bodini
Maria Giovanna Munafò ha inviato un commento:
L’articolo scritto da Alberto Baldasseroni è, a mio avviso, un articolo di pregio, sia per la ricostruzione storica che fa della nostra figura ben articolandola nel mondo reale in cui si è sviluppata sin ai giorni attuali sia per i punti di riflessione/confronto che butta li, lascia intuire, sottendere.
Per cui mi è piaciuto. Ma come poteva essere il contrario? Ci ho trovato scritto il mio vissuto lavorativo, che allora sebbene spesso faticoso, era sempre esaltante e pieno di soddisfazioni umane, personali. Una sfida continua nell’imparare e nel mettere in pratica mai da sola ma in equipe, con professionalità diverse dalla mia ma necessarie a raggiungere il miglior obiettivo: migliorare le condizioni di lavoro di tanti soggetti che a noi si affidavano con fiducia pressoché a scatola chiusa. Grossa responsabilità, cui abbiamo sempre cercato di rispondere al meglio delle nostre capacità.
Poi i tempi sono cambiati, pianin pianino, ed anche le persone, e siamo all’oggi.
Qui il discorso diventa complesso: ragiono su quanto conosco, e forse neanche del tutto, ma comprendo come un medico del lavoro pubblico, e intendo inserito in un servizio PSAL, oggi possa trovarsi quantomeno a disagio e come un giovane medico che si deve orientare nello scegliere una specializzazione possa “scartare” la nostra.
Fondamentalmente, perché?
Secondo me perché alcune funzioni, vivendo anche sulla reale possibilità di essere effettuate, rischiano di restare schiacciate sulla carta per mancanza di risorse, persone, e sono proprio quelle funzioni che a mio avviso tuttora ci distinguono da un burocrate ( enza togliere ciò che di positivo, ma limitante, questo termine sottende): ricerca attiva dei tumori professionali, ricerca attiva delle malattie professionali per esempio in comparti definiti, controllo di quegli ambienti di lavoro, messa in sicurezza degli stessi attraverso programmi di miglioramento ambientale; tutte attività che chiaramente non sono svolgibili solo dal medico, ma accanto a lui ci sono tecnici della prevenzione validamente formati (non solo sulle sanzioni, lasciatemi riassumere cosi), ingegneri, chimici, psicologi (chi? Io non ne ho visto uno, ma ho guardato male, come si affrontano opportunamente i rischi psicosociali, l’IA, etc?)
Certo, scritto così pare che …. E per quanto vedo io intorno a me in questa regione siamo piuttosto al lumicino come numero di addetti. Per questo dico che alcune funzioni, che continuano ad esserci, vengono poi ridotte al minimo a favore di attività che hanno tempi di scadenza definiti (tipo le indagini preliminari per le malattie professionali, dovere d’ufficio) e che assorbono tanto tempo.
Quanto alla preparazione specialistica universitaria, io penso che potrebbe essere “allargata” (se già non lo è, ma non ho cercato riscontri in tal senso, per cui potrei dire qualcosa di superfluo) anche ad una preparazione specifica sulle attività base che il medico del lavoro deve assolvere nei Servizi PSAL, senza doverlo poi imparare direttamente mentre svolge il lavoro.
Ciò che però è fondamentale, a mio avviso, è sentire cosa dicono i medici del lavoro attualmente operativi, il loro contributo è indispensabile per realizzare cambiamenti efficaci.
Il Dibattito che è nato a seguito del pregevole articolo di Alberto Baldasseroni (poteva essere altrimenti?) stimola una riflessione anche a chi ha vissuto la propria esperienza di medico del lavoro in uno SPreSAL del Sud.
Mi ritrovo nelle motivazioni e per certi versi anche nelle esperienze di Tino Magna, pur in un contesto profondamente diverso. Il SUD e la Sicilia, dove ho vissuto la mia vita professionale, sono sicuramente diversi rispetto alle esperienze descritte da Tino. Negli anni 90’ e purtroppo fino ad oggi, le criticità principali erano da collegare alla carenza (e a volte all’assenza) di strutture territoriali in condizione di poter svolgere in modo sufficiente le proprie funzioni. Molti medici del lavoro emigrarono al NORD e abbiamo molti esempi di colleghi del Sud che hanno lavorato nei Servizi. I pochi che restavano al Sud erano costretti, di fatto, a svolgere la propria attività mettendo al centro delle proprie azioni la questione delle risorse carenti sia sul versante del personale che dell’attenzione politica. Contestualmente si provvedeva a svolgere attività e progetti prendendo ad esempio ciò che si faceva nelle altre Regioni (Emilia,Romagna, Toscana, Lombardia, Piemonte)… il vecchio libro di Magelli letto e riletto. In questo percorso ho incontrato SNOP che ha anche svolto una serie di attività formative per quei pochi operatori Siciliani.
Gli operatori della prevenzione (non solo i medici) del SUD hanno dovuto fare i conti con queste realtà prima ancora di operare con criteri scientifici, ma sicuramente le motivazioni erano le stesse di quei colleghi (come Tino) che hanno operato nelle regioni del centro-nord.
E’ stata una scelta ideologica e culturale?
Sicuramente Si !(almeno per alcuni)
Oggi gli specialisti che conosco hanno altri interessi e motivazioni e non è un caso che spesso, se non sempre, scelgano la via del Medico Competente.
Che fare ?
Io provengo dalla scuola dell’Università di Catania diretta in quegli anni dal Prof. Alfio Alberto Inserra, che ha speso buona parte della sua azione per la creazione di Servizi pubblici di prevenzione, perdendo purtroppo la sua giusta battaglia a causa anche di un contesto sociale e politico tendenzialmente ostile a questi problemi.
Ma già allora si lavorava sul microclima delle serre o sull’eccessivo e anomalo invecchiamento dei serricoltori della fascia del canale mediterraneo!
Certo, oggi le motivazioni per coinvolgere i medici del lavoro a operare nei servizi pubblici non possono essere cercate sul versante politico-culturale, ma insistere sulla non routinarietà di questo mestiere penso sia centrale.
A conclusione mi permetto di segnalare alcuni punti su cui insistere per motivare una scelta a favore dei servizi pubblici di prevenzione nei luoghi di lavoro:
• Utilizzo e sviluppo di strumenti nuovi quali banche dati, flussi informativi, collaborazione con oncologi, epidemiologi a supporto delle scelte di intervento.
• Vero lavoro interdisciplinare con la partecipazione di nuove professionalità (psicologi, informatici etc), ma anche rivisitazione del rapporto con le professionalità esistenti (quante volte il Medico del lavoro esce in sopralluogo e affronta i problemi con i tecnici della prevenzione in un’ottica paritaria ?)
• Superamento della logica di intervento su alcuni comparti (agricoltura ed edilizia degli ultimi 15 anni come indicato nei PNP), in un’ottica basata sui bisogni del territorio; so che quest’ultima idea potrebbe scatenare proteste o perplessità, ma è un fatto che (forse per la riduzione di personale) negli ultimi anni abbiamo lavorato principalmente su questi due comparti dimenticandoci di altri settori contribuendo così a rendere il nostro magnifico lavoro come una attività burocratica e legata solo alla cosiddetta produttività e al raggiungimento degli OBT.
Mi auguro che questa riflessione stimoli giovani medici, ma anche altri operatori che leggono il nostro sito, a dire la loro su come intendano trasformare e/o aggiornare la nostra professione.
Paolo Ravalli