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Pensano che le informazioni sullo stato di salute delle persone e delle comunità, sulle malattie e gli infortuni, sulle cause di entrambi...costituiscano una premessa indispensabile per fare prevenzione;
Offrono alle istituzioni, ai corpi intermedi della società...valutazioni, proposte, azioni di informazione e formazione con l'intento di partecipare...;
Non hanno conflitti di interesse...per cui sono liberi di dire ciò che pensano
Comunicano in modo trasparente...
Non hanno tra gli obiettivi prioritari la difesa di categorie o di singole figure professionali...
Cercano un continuo confronto con le altre Società scientifiche che operano nel mondo della prevenzione...
Non hanno mai smesso di credere nella necessità di un sistema pubblico di prevenzione diffuso in tutto il paese, in grado di garantire il diritto alla salute e di contrastare le diseguaglianze.
Pensano che la solidarietà e la partecipazione siano ancora valori indispensabili.
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Un protocollo d’intesa per la diffusione e la promozione della cultura della SSL: punto e a capo?…

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Giustamente, da qualche ora si parla del nuovo Protocollo d’intesa firmato il 25 maggio scorso da Inail, Ministero del Lavoro, Ministero dell’Istruzione e Ispettorato nazionale del lavoro con lo scopo di:

  • sensibilizzare e supportare i dirigenti scolastici, i docenti e gli studenti sulla consapevolezza del rischio attraverso interventi formativi e informativi sulle tematiche della salute e sicurezza sul lavoro;
  • realizzare azioni formative rivolte ai docenti finalizzate al mantenimento della qualifica di formatore-docente nel campo della salute e sicurezza sul lavoro.

È da salutare con soddisfazione l’impegno concreto nelle istituzioni scolastiche di alcune delle principali istituzioni centrali in materia di SSL e di formazione, specie in un momento in cui, a fronte delle persistenti preoccupazioni relative condizioni di salute e sicurezza sul lavoro nel nostro Paese, indotte anche dal peggioramento degli specifici indicatori, molti scoprono che – sbollito l’entusiasmo per l’onnipresente soluzione “più vigilanza” attribuita alla L. 17 dicembre 2021, n. 215 – forse al fondo c’è un problema di consapevolezza dei rischi, di competenze in tema di tutela della salute e della sicurezza, di cultura diffusa della prevenzione, e in sostanza un problema di formazione nel mondo del lavoro.

Le deficienze del sistema della formazione SSL, su cui da anni diversi soggetti interessati insistono, hanno di recente trovato finalmente l’attenzione anche della stessa legge 215 che, oltre ad introdurre novità di rilievo in tema di formazione dei preposti e di addestramento, prevede l’accorpamento, la rivisitazione e la modifica degli Accordi Stato-Regioni in materia di formazione ai sensi del D. Lgs 81/08 in modo da garantire:

  1. a) modalità, contenuti e durata della formazione obbligatoria a carico del datore di lavoro;
  2. b) l’individuazione delle modalità della verifica finale di apprendimento obbligatoria per i discenti di tutti i percorsi formativi e di aggiornamento obbligatori in materia di salute e sicurezza sul lavoro e delle modalità delle verifiche di efficacia della formazione   durante   lo   svolgimento   della   prestazione lavorativa.

 

A questo proposito è solo il caso di prendere nota che, a 30 giorni dalla scadenza stabilita da quella legge per l’adozione del nuovo Accordo, il quadro delle azioni messe in campo e dei soggetti coinvolti appare ancora del tutto incerto e sicuramente in ritardo.

 

Dopo aver – come detto – salutato con soddisfazione il Protocollo, per la sua attenzione all’ambito dell’istruzione scolastica in funzione della SSL, non possiamo peraltro nascondere alcuni seri motivi di insoddisfazione e preoccupazione.

Non siamo certo i primi a lamentare – e lo facciamo, purtroppo, con sempre minore sorpresa – l’assenza tra i firmatari di due soggetti, il Ministero della Salute e le Regioni, con (almeno teoricamente e almeno fino a qualche mese fa) forti competenze nell’ambito della salute e sicurezza sul lavoro nel nostro Paese e su cui si è basata (o meglio, per quanto riguarda il Ministero, si sarebbe dovuta basare) la gran parte della prevenzione in ambito lavorativo negli ultimi 40 anni.  È vero, il protocollo si ricorda delle Regioni, seppur marginalmente (“previo coinvolgimento della Conferenza delle Regioni”), ma non del primo, che non è mai citato.

Non si può non prendere atto della trasformazione normativa ed istituzionale che sta avvenendo in maniera unilaterale, “esplosa” sul finire del 2021 e cristallizzata nella L. 215, che ha stravolto la storia della prevenzione nei luoghi di lavoro costruita sulla base della L. 833/78 e che prosegue approfondendo via via il solco tra le istituzioni regionali e quelle nazionali, nel silenzio di molti, nella soddisfazione di alcuni e nell’impotenza di altri.

Per rimanere nella materia del Protocollo, osserviamo che esso azzera almeno due decenni di esperienze in tema di formazione alla SSL nell’ambito scolastico condotte da Regioni e ASL, spesso anche in collaborazione con INAIL, Ministeri e Uffici scolastici regionali. Il Protocollo si inserisce apparentemente in un contesto nel quale tutte queste esperienze non risulterebbero essere esistite.

 

Proprio alla luce di molte di quelle esperienze, che hanno consentito la realizzazione di innumerevoli progetti, alcuni dei quali di vera eccellenza, l’esigenza che emergeva – a nostro parere – non era di proseguire con ulteriori fasi progettuali, quanto piuttosto di portare a sistema le iniziative migliori e più efficaci.

Già, la parola “sistema”: una parola spesso usata ma che ormai da anni non diventa una realtà. Un sistema di tutele (“anche” della salute e della sicurezza) nel mondo del lavoro che non si è mai veramente e diffusamente realizzato, e che oggi sembra sempre meno attuabile.

 

Nel quadro della più ampia esigenza di adeguamento della formazione al lavoro e al lavoro sicuro, la notizia che ci saremmo aspettati non era quella di un protocollo per “iniziative di sensibilizzazione, responsabilizzazione e promozione della prevenzione, finalizzate alla riduzione sistematica degli eventi infortunistici (! ndr)” o per sostenere “proposte progettuali, educative e didattiche, volte a rendere pienamente efficace l’azione di sensibilizzazione sulle tematiche e sui valori della salute e sicurezza in ogni ambiente di vita”, quanto piuttosto che fossero concretizzati interventi (normativi, strutturali, finanziari …) volti a rendere sistematica la l’integrazione della SSL nell’istruzione[1] e ad accompagnare la scuola nell’inserimento curricolare della SSL all’interno degli insegnamenti (D.lgs 81/08Art. 11 comma 1 lettera c ).

Ci sembrava ci fosse bisogno non di semplice “sensibilizzazione” ma di formazione vera e propria, volta a creare quelle competenze necessarie al nostro mondo del lavoro, che è spesso così poco attento ad esse ed in così rapida trasformazione da renderle superflue in breve tempo. Di formazione tout-court alla SSL, integrata con quella del mondo del lavoro e utile in esso, per uno sviluppo etico.

 

Le istituzioni scolastiche hanno bisogno sì di “strumenti volti ad affiancar[le] … nell’assolvimento dei propri obblighi formativi nei confronti degli studenti equiparati a lavoratori”, ma anche di risorse dedicate (che sono dedicate, infine, al mondo del lavoro e al sistema Paese nel suo complesso) e di un quadro normativo della formazione che integri in maniera stretta scuola, lavoro e SSL.

 

Questo Protocollo fornirà un’occasione utile in questa direzione?  Ovviamente lo speriamo ma la progressiva esclusione di alcuni soggetti che dovrebbero “aver titolo” (esclusione rispetto alla quale peraltro tali soggetti non sono privi di responsabilità) non è un segnale di buon auspicio.  In ogni modo staremo a vedere, pronti a ricrederci.

 

Infine, in una fase nella quale si lavora per la revisione delle normative della formazione alla salute e sicurezza sul lavoro e si riparla del ruolo delle istituzioni scolastiche, ci piace ricordare qui Carlo Smuraglia, scomparso poche ore fa, un amico di Snop che in molteplici occasioni espresse le sue chiare convinzioni sul valore cruciale della formazione e del suo legame con la scuola, il tutto nell’auspicio di un percorso (che tuttora sarebbe determinante, a maggior ragione in questi tempi bui)  verso la sensibilizzazione collettiva per la diffusione di una cultura della prevenzione. A questo proposito, sottolineandone l’estrema attualità, riportiamo qui la parte finale del documento di sintesi dell’indagine conoscitiva sulla sicurezza e l’igiene del lavoro condotta del Comitato paritetico delle Commissioni lavoro del Senato e della Camera, del quale fu lui stesso (all’epoca, Presidente della Commissione Lavoro e Previdenza Sociale del Senato) relatore:

 

Un salto di qualità: verso una nuova «cultura della prevenzione»

A questo punto si può davvero concludere. La pur sommaria indagine ha posto in evidenza la gravità della situazione e l’insufficienza dell’apparato predisposto per combatterla e prevenire i rischi. Si è visto che misure serie e concrete possono essere adottate per combattere un nemico che sicuramente non è invincibile. Si è dovuto rilevare, però, che c’è anche un deficit, accanto a quello strutturale, di natura culturale, con un grave divario che è indispensabile colmare al più presto.

Bisogna puntare tutto sulla formazione di una vera cultura della prevenzione, senza la quale sarebbe davvero difficile ottenere risultati concreti ed esaustivi.

Una cultura che deve essere basata prima di tutto sulla più completa informazione, che si estenda poi ad un sistema complessivo di formazione e di aggiornamento, che si basi su un salto qualitativo nella ricerca, nello studio, nel confronto con le acquisizioni degli altri Paesi. Una cultura della prevenzione che divenga soprattutto convincimento diffuso e non imposizione: un’adesione, cioè, all’idea della prevenzione come problema della collettività nel suo complesso prima ancora che dei singoli, come esigenza etica e «politica», nel senso più alto e nobile della parola, piuttosto che come obbedienza a doveri imposti o alla necessità di evitare effetti negativi o sanzioni.

Una cultura della prevenzione che deve – prima di ogni altra cosa – diventare «diffusa», coinvolgendo le mille iniziative che possono nascere dalla scuola e dalla società civile, oltre che dal mondo della produzione e del lavoro. Per questo, il Comitato ha molto apprezzato l’iniziativa assunta dal dipartimento di prevenzione della ASL di Reggio Emilia e dal Provveditorato agli studi di Reggio Emilia, dal 26 aprile al 1 maggio 1997, che ha visto l’intera città impegnata in una serie di iniziative degli studenti e degli insegnanti sul tema della sicurezza del lavoro, con un pieno coinvolgimento delle scuole, degli Enti, delle associazioni imprenditoriali e delle organizzazioni sindacali della Provincia e con la produzione di materiale informativo ed educativo di grande interesse.

È questa strada di un coinvolgimento complessivo, di un impegno globale a tutti i livelli, che può sconfiggere ogni forma di fatalismo, di assuefazione, di rassegnazione a fronte di fenomeni che continuano ad offendere e colpire un patrimonio umano che rappresenta il primo, fondamentale valore di una società.

 

 

 

 

 

 

 

[1] European Agency for Safety and Health at Work, Mainstreaming occupational safety and health into education: good practice in school and vocational education, Publications Office, 2004,

 

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