Riflessioni a partire dalla strage di lavoratori stranieri in Calabria
Una nota da Flavio Coato.
Parto dalla strage degli Afgani e Pachistani bruciati vivi in Calabria per ragionare sul nostro sistema di prevenzione e vigilanza.
Pur non conoscendo con certezza quali siano le motivazioni alla base del fatto, possiamo prendere l’occasione per riflettere sul lavoro nero, che in alcuni casi si avvicina alla schiavitù. Non c’è legge che tenga, quando non sono rispettate le condizioni minime di dignità. E non c’è Organo di vigilanza che possa da solo arginare queste realtà. Sarebbe come cercare di dominare il mostro prendendolo per la coda. Impossibile, ti spazza via.
Penso che possa essere ormai molto chiaro che lo Stato, la Società, i Cittadini tollerano questa piaga come danno collaterale necessario per garantire il benessere generale. Intendo dire, nel caso dell’agricoltura, prezzi bassi al consumo, frutta e verdura fresca ogni mattina nei supermercati. Quando poi il danno diventa eccessivo come nel caso citato ci si indigna, si invocano leggi più severe, si fanno scioperi ma poi, velocemente, tutto torna nel silenzio senza cambiamenti.
Secondo me la strada da percorrere per arginare questi fenomeni complessi non può che essere a sua volta complessa e passa per un Patto Sociale tra gli Enti Pubblici –Ministeri del Lavoro e della Salute con Ispettorato del Lavoro, INAIL, INPS, Regioni con gli SPSAL– Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, Società Civile con Imprese, (compresa la Grande distribuzione nel caso dell’agricoltura) e Sindacati, tutti coinvolti a contrastare le situazioni inaccettabili che possiamo definire sotto il minimo etico (mutuo dalla mia esperienza di “minimo etico” nei cantieri edili). Quelle situazioni cioè che costituiscano un rischio grave e imminente per i lavoratori ma in contemporanea anche una forma di concorrenza sleale per le imprese “sane”. Questo minimo etico va dettagliato e condiviso e poi tutti saranno chiamati a vigilare e/o segnalare le situazioni che vi rientrano. Poche cose, gravi e chiare, definite per settore produttivo, iniziando da agricoltura ed edilizia. Per l’edilizia è già stato definito e sperimentato da 15 anni almeno per il rischio infortuni, basta aggiungere la parte di irregolarità dei rapporti di lavoro. Per l’agricoltura metto lì delle idee: manodopera in nero, orari di lavoro che superano costantemente le 10 (?) ore, mancanza di pause ristoratrici (aree d’ombra attrezzate, acqua potabile…) nei periodi estivi, presenza di mediatori di manodopera non autorizzati ecc. Quando venga riscontrata anche una sola delle situazioni descritte si procede obbligatoriamente alla sospensione delle lavorazioni con l’obbligo di pagare i lavoratori fino al ripristino della regolarità. Per l’Agricoltura uno snodo fondamentale è la Grande Distribuzione che ha sempre le mani pulite ma in realtà governa i produttori giocando sui tempi di consegna e sui prezzi. Qui non ho idee sufficientemente solide.
Riguardo ai controlli
Il primo punto da affrontare è la nota pletora di soggetti diversi che intervengono sulle medesime realtà con modalità differenti.
La mia esperienza mi dice che gli unici potenzialmente in grado di programmare i controlli secondo obiettivi importanti e priorità di rischio sono i Servizi delle ASL, in Veneto gli SPISAL. Il motivo va ricercato nella visione “olistica” del lavoratore che, come sanitari, abbiamo imparato (approssimativamente) ad applicare, utilizzando i poteri di Polizia Giudiziaria come uno degli strumenti a disposizione, non l’unico. Gli interventi di promozione della salute e della sicurezza per settore produttivo e per lavorazione con le diverse fasi -studio dei rischi, individuazione delle soluzioni con diffusione alle realtà interessate, controllo ispettivo a campione o secondo la stima della gravità del rischio, restituzione dei risultati a tutto il comparto- sono consolidati. Si tratterebbe di aggiornarli e condividerli.
Gli Ispettori del Lavoro e le Forze dell’Ordine utilizzano al contrario le funzioni di PG come unico strumento di intervento, e quindi operano per la ricerca e la “repressione” delle violazioni alle norme indipendentemente dalla gravità. È evidente a tutti che la possibilità di prevenire infortuni e malattie professionali intervenendo caso per caso diventa opera improba e nei fatti impossibile.
Quello che penso infine è che sia necessario un corpo unico che operi nella prevenzione e vigilanza con tutte le competenze al suo interno, che risponda ad una programmazione per obiettivi e non dipendente dal Pubblico Ministero – al quale si dovrà comunque riferire nei casi di violazione della norma (come già avviene) – collocato dove si voglia ma con il compito di promuovere la prevenzione e non solo di reprimere, perché sarebbe una soluzione perdente.
Già ci sono stati tentativi di intervenire congiuntamente SPISAL, Ispettorato del Lavoro, INAIL, INPS ma è una strada complicata, che si sorregge sulle buone intenzioni di singole realtà e quindi che non si può ipotizzare come sistema efficace a livello nazionale
8 giugno 2026 Flavio Coato


6 risposte
Lalla Bodini ha inviato un commento:
Sono d’accordo con l’articolo di Flavio che ricordo a tutti iniziò più di quaranta anni fa con i Convegni in Veneto i controlli coordinati , il piano edilizia ! Il sito http://www.prevenzionecantieri.it che ancora ci sono.
Vedi in archivio snop locandine, Atti…e rileggere su EBook Storia Snop la parte su edilizia.
Anche se l’orrore milanese degli schiavi indiani, nella costruzione del nuovo Consolato USA , ci indigna .
Ma aggiungo alle proposte di Flavio , lo scandalo della mancata costruzione di alloggi dignitosi in muratura ..vicino ai luoghi della raccolta .Nemmeno con i fondi del PNNR !
Non sono invece d’accordo con l’ipotesi del sistema unico di controlli , ma , partendo anche dalla positiva esperienza in edilizia, occorre coordinarci tra Enti, uscire insieme con sopralluoghi congiunti nelle situazioni critiche , avere un sistema informativo oggi possibile .
Edilizia , Agricoltura, logistica …ma anche filiera moda..e troppi altri mondi con invisibili mal pagati, spesso stranieri, sfruttati.
Occorre parlarsi tra Servizi, Enti e persone, superando steccati e gelosie inutili
Lalla Bodini
10 giugno 2026
Nel leggere senza sapere chi fosse l’autore (la firma è solo in calce all’intervento) mi trovavo d’accordo su tutto e condividevo anche il tono né iracondo-scandalizzato, né fatalistioco-scettico. Poi ho scoperto che era Flavio Coato che scriveva e allora ho capito perché trovavo così sensato e operativo l’articolo. Di più non saprei dire, da troppo tempo mi trovo lontano dalla “prima linea” per dire la mia su cose che ormai non conosco più per esperienza diretta. Ma di una cosa sono sicuro: di Flavio e dei suoi consigli mi fiderei assolutamente.
Concordo anche io su molte delle osservazioni di Flavio (poco sull’idea sul sistema unico dei controlli).
Voglio però fare una considerazione a margine. A mio avviso il tema del caporalato (che investe molto l’agricoltura … ma non solo, come è dimostrato dalla vicenda milanese sul Consolato USA) è strettamente legato a quello dei contratti di lavoro e quindi del lavoro nero. Come ASL non abbiamo esperienza e competenze per occuparci di questo tema, che invece è stato da sempre affrontato dai colleghi dell’Ispettorato (che su questo hanno lavorato molto bene). Gli stessi colleghi dell’Ispettorato che oggi sono diffusamente in difficoltà ad occuparsi di sicurezza sul lavoro, essendo costretti a colmare un gap quarantennale di esperienze mancate e che invece sono ampiamente maturate nelle ASL. So di essere “politicamente scorretto”, ma trovo francamente scellerata la rincorsa indiscriminata all’aumento della vigilanza (purtroppo spesse volte con pochi contenuti … su questo dovremmo finalmente sollevare un velo e fare chiarezza senza “scrupoli”, pur col pieno rispetto delle professionalità e impegno di tutti), perdendo per strada le competenze maturate. Sono convinto che sarebbe molto più funzionale utilizzare le nuove risorse dell’Ispettorato per riattivare una vigilanza “seria” e capillare sulle regolarità contrattuali e sul contrasto a caporalato e lavoro nero, piuttosto che destinarle ad una vigilanza sulla sicurezza in azienda “formale” e poco incisiva. Ovviamente, questo passa attraverso dotazioni organiche dei Servizi ASL riallineate alle esigenze, con la consapevolezza che il ruolo degli operatori ASL non è solo votato ad una vigilanza pura ma anche a quell’attività di assistenza e promozione che sembra essere l’unica realmente foriera di qualche risultato.
Dalla tragedia alla Prevenzione: perché serve un nuovo patto sociale per la tutela del lavoro
La drammatica vicenda dei lavoratori stranieri morti in Calabria richiama ancora una volta l’attenzione sulle forme più estreme di sfruttamento lavorativo presenti nel nostro Paese.
Al di là delle responsabilità penali che saranno accertate, episodi di questo tipo impongono una riflessione sul funzionamento del sistema di Prevenzione e Vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro.
Di fronte a fenomeni complessi come il caporalato, il lavoro nero o le situazioni di grave degrado delle condizioni di lavoro, è evidente che nessun soggetto possa pensare di intervenire efficacemente da solo.
Né gli Organi di vigilanza, né le Forze dell’Ordine, né le Organizzazioni Sindacali dispongono, singolarmente, degli strumenti necessari per intercettare tempestivamente le situazioni più critiche.
Per questo motivo condivido in pieno la proposta SNOP di costruire un vero e proprio Patto Sociale per la Prevenzione, fondato sulla collaborazione strutturata tra Istituzioni Pubbliche, Imprese, Organizzazioni Sindacali in generale e Rappresentanze dei Lavoratori (RSU e RLS).
L’esperienza dimostra che le condizioni di maggiore rischio raramente si manifestano all’improvviso. Al contrario, esse sono spesso precedute da segnali evidenti: ritmi di lavoro insostenibili, utilizzo di manodopera irregolare, mancato rispetto dei tempi di recupero, carenze organizzative, assenza di adeguate misure di protezione, pressioni produttive incompatibili con la tutela della salute e della sicurezza.
Chi è in grado di cogliere questi segnali prima che si trasformino in tragedia? Molto spesso sono proprio i Sindacati e i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS) e i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza Territoriali (RLST), grazie alla loro presenza nei luoghi di lavoro e alla conoscenza diretta delle dinamiche aziendali e di settore.
Eppure, nella pratica quotidiana, il rapporto tra gli Organi di vigilanza e il sistema della Rappresentanza dei Lavoratori appare ancora debole e discontinuo. Nella maggior parte dei casi i Servizi di Prevenzione delle Aziende sanitarie, l’Ispettorato del Lavoro e gli altri soggetti istituzionali non conoscono nemmeno chi siano gli RLS presenti nel territorio di competenza, né esistono canali strutturati di confronto e scambio informativo.
Questa rappresenta una criticità che deve essere affrontata con decisione.
Occorre promuovere specifici accordi di collaborazione a livello nazionale, regionale e territoriale tra gli Organi di Vigilanza e le Rappresentanze dei Lavoratori, finalizzati a:
• favorire lo scambio di informazioni sulle situazioni maggiormente critiche;
• definire criteri condivisi per l’individuazione dei contesti ad alto rischio;
• programmare interventi coordinati nei comparti più esposti;
• valorizzare il ruolo degli RLS e degli RLST come sentinelle preventive del sistema;
• promuovere azioni congiunte di informazione e formazione.
Tali strumenti potrebbero risultare particolarmente efficaci nei settori caratterizzati da elevata frammentazione produttiva e maggiore vulnerabilità sociale, come l’agricoltura, l’edilizia, la logistica e alcuni comparti manifatturieri.
Parallelamente, appare sempre più evidente la necessità di superare l’attuale frammentazione del sistema dei controlli. La presenza di molteplici soggetti istituzionali con competenze differenti rischia talvolta di produrre sovrapposizioni, dispersione di risorse e mancanza di una programmazione comune.
Da qui la proposta di costituire un corpo unico nazionale della prevenzione e vigilanza, capace di integrare al proprio interno competenze sanitarie, ispettive e investigative, orientando l’azione pubblica prioritariamente verso la prevenzione piuttosto che verso la sola repressione delle violazioni.
Tuttavia, prima ancora di immaginare nuove strutture organizzative, sarebbe opportuno valorizzare pienamente gli strumenti che il legislatore ha già previsto.
Il D. Lgs. 81/2008 contiene infatti importanti disposizioni dedicate alla programmazione partecipata delle politiche di prevenzione.
L’articolo 6 attribuisce alla Commissione Consultiva Permanente per la salute e sicurezza sul lavoro il compito di elaborare indirizzi, promuovere iniziative e favorire il coordinamento tra istituzioni e parti sociali.
L’articolo 7 prevede l’istituzione dei Comitati regionali di coordinamento, finalizzati alla programmazione degli interventi sul territorio.
L’articolo 5 disciplina il coordinamento delle attività di vigilanza.
Per molti anni tali Organismi hanno rappresentato sedi efficaci di confronto trilaterale tra Governo, Regioni e Parti sociali, contribuendo alla diffusione di buone pratiche e alla realizzazione di iniziative condivise. Successivamente, anche a causa di scelte politiche e di una progressiva perdita di centralità, il loro ruolo si è progressivamente indebolito.
Forse la strada da percorrere non è quella di costruire nuovi contenitori istituzionali, ma di far funzionare pienamente quelli esistenti, rilanciandone le funzioni di indirizzo e coordinamento.
La prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, così come il contrasto alle forme più gravi di sfruttamento lavorativo, richiedono infatti una governance multilivello capace di integrare le competenze tecniche degli Organi di Vigilanza con la conoscenza concreta dei luoghi di lavoro propria delle Rappresentanze Sindacali.
La sicurezza sul lavoro non può essere affidata esclusivamente alla sanzione penale né alla buona volontà dei singoli. Deve diventare il risultato di una responsabilità condivisa, costruita attraverso il dialogo sociale, la partecipazione e la programmazione congiunta.
Le tragedie che periodicamente colpiscono il mondo del lavoro ci ricordano che intervenire dopo non basta. Occorre creare le condizioni affinché i segnali di allarme vengano riconosciuti e affrontati prima che si trasformino in infortuni, malattie o morti evitabili.
In questo senso, il coinvolgimento attivo degli RLS e degli RLST non rappresenta un elemento accessorio del sistema prevenzionistico, ma una delle sue risorse più preziose e, probabilmente, ancora troppo poco utilizzate.
Con questo possibile approccio si sposta il dibattito da una logica esclusivamente ispettivo-sanzionatoria a una logica di governance partecipata della prevenzione, coerente con l’impianto originario del D. Lgs. 81/2008.
L’elemento innovativo non è tanto l’istituzione di nuovi organismi, quanto il rilancio del ruolo della Commissione Consultiva Permanente e dei Comitati regionali di coordinamento come luoghi in cui Governo, Regioni e Parti sociali possano programmare insieme le priorità di intervento e le modalità operative di collaborazione tra Organi di vigilanza e rappresentanti dei lavoratori.
In questa prospettiva, RLS e RLST cessano di essere figure consultive limitate alla dimensione aziendale e diventano veri e propri attori territoriali della prevenzione, capaci di contribuire all’emersione precoce delle situazioni di rischio più gravi.
Manuela Peruzzi ha inserito questo commento dal titolo “Immigrati, lavoro e lavoratori invisibili.”
Terrei divise le questioni: quella dello sfruttamento del lavoro e la schiavitù di esseri umani, di lavoratori a cui è stata tolta la dignità, che ha avuto il suo apice con la tragedia di quattro braccianti agricoli (tre afgani e un pakistano), da quella del sistema pubblico della vigilanza.
Mi soffermo sulla prima questione.
“Vorrei” che le morti di questi 4 lavoratori invisibili diventassero propulsori di mobilitazione dell’opinione pubblica, di insopportabile accettazione per le nostre coscienze, di un malessere sociale che ti rode dentro. “Vorrei” che ci fosse indignazione, tensione verso una ribellione da parte di chi rappresenta i lavoratori; sindacati, lavoratori, movimenti di opinione, associazioni, la scuola che prepara i futuri lavoratori.
Questo non succede a parte temporanee improvvisate manifestazioni, fuochi brevi che si esauriscono in qualche giorno.
Ecco perché “vorrei” che SNOP si facesse motore di discussione su questa piaga sociale che sta assumendo proporzioni sempre più grandi e tragiche e che oltre a creare vittime, a causa di condizioni di lavoro estreme per fatica, ritmi, temperature insopportabili, arriva all’eliminazione fisica premeditata con atti di violenza inumana.
Purtroppo, non si tratta di cosa abbiamo o non abbiamo fatto noi dei Servizi, se abbiamo inciso nella tutela della salute e quanto, se siamo migliori o meno degli altri enti.
Il contrasto di queste situazioni di degrado sociale nasce dalla volontà forte di un paese con un approccio sull’immigrazione diverso, che mette in atto tutte le misure di inclusione, dalla semplificazione dei permessi di soggiorno, dei permessi di lavoro, con la regolarizzazione obbligatoria dei lavoratori in nero, dalle strategie di accoglimento e di formazione professionalizzante, agli alloggi dignitosi.
L’aumento di lavoratori immigrati è davanti agli occhi di tutti.
Negli ambulatori della Associazione Medici per la Pace, in cui sono volontaria da 3 anni, in provincia di Verona, si prestano cure sanitarie a più di 900 stranieri all’anno, persone prive di permesso di soggiorno, di residenza, di assistenza sanitaria, di alloggio. Sono lavoratori, senza contratto di lavoro, impiegati soprattutto in agricoltura e nei servizi. Una testimonianza che si ritrova anche nell’Indagine conoscitiva degli ambulatori medici del Veneto del Terzo settore a cura della Società Italiana di medicina delle Migrazioni (SIMM) del 2022.
Le autorità conoscono perfettamente questa realtà ma viene consapevolmente accettata.
Qui sta il problema, anche affinando le strategie di vigilanza, anche coagulando tutte le forze potenziali attraverso accordi, patti, il risultato sarà sempre effimero. Ne abbiamo già avuto conferma da passati interventi anche molto illuminati come quello dei cantieri, dell’agricoltura, delle indagini di settore, ecc.., che sono durati una stagione e che si sono spenti quando le persone che ci credevano se ne sono andate.
Quindi ritorno ad affermare che è a monte che si deve partire e che SNOP deve impegnarsi, fare “rumore” e smuovere quelle coscienze che sono rassegnate e che pensano che non si
può fare nulla.
Manuela Peruzzi