Alcune osservazioni di Daniele Ranieri
Ringraziandolo per aver voluto contribuire al dibattito, pubblichiamo volentieri queste riflessioni che Daniele Ranieri ci ha inviato e che prendono spunto dal tema del lavoro nero in agricoltura trattato nei recenti articoli pubblicati da SNOP, quello di Flavio Coato e quello, in risposta, di Roberto Calisti e Graziano Maranelli.
“In relazione ai due articoli apparsi sul sito SNOP, il primo a cura di Flavio Coato e il secondo curato da SNOP, mi permetto di avanzare alcune osservazioni.
Parto dalla tolleranza da parte della cittadinanza della piaga dello schiavismo e del lavoro nero. La spiegazione che si avanza è, in sintesi, un conflitto di interessi tra l’etica del cittadino e il desiderio, in alcuni casi la necessità, di usufruire, come consumatore, di beni a prezzi accessibili al medio, spesso basso, livello dei redditi italiani. Ricordo che l’Italia si colloca al 22° posto su 34 Paesi OCSE per salari medi annui.
La soluzione del sistema economico, nel caso specifico nella relazione tra agricoltori e Grande Distribuzione, è quello di comprimere salari e diritti dei lavoratori non solo con il ricorso al lavoro nero o grigio, ma anche con massicce dosi di flessibilità e precarietà. A cui va aggiunto uno scarso o formale rispetto per le norme sulla salute e la sicurezza dei lavoratori. Potremmo dire quindi che la stessa persona, il cittadino, si trova nella condizione di lavoratore “usato” e di consumatore gratificato.
Il tema non è quindi, a mio parere, il concetto di “tolleranza”, quanto di impossibilità di comportarsi altrimenti. Certo, ci sono tentativi da parte di chi ha redditi medi o medio-alti e una spiccata sensibilità ai temi della sostenibilità e dell’ecologia a selezionare le forniture eticamente garantite: si tratta di una parte rilevante ma comunque minoritaria e che, stanti le impostazioni del mercato, non sempre riesce a trovare la possibilità concreta di praticare coerentemente questa scelta.
Questa contraddizione tra la necessità di innovazione nel sistema produttivo e le condizioni lavorative è un dilemma storico che, anche il sindacato italiano si è trovato davanti sotto forma di scelta tra privilegiare l’occupazione o l’aumento salariale. È un gatto che si morde la coda, in realtà. Bassi salari mantengono sul mercato le imprese, anche quelle scarsamente innovative o irregolari, ma deprimono il mercato interno e quindi spingono a scegliere la strada dell’esportazione. Strada che ha funzionato fino a che si poteva giocare la carta della svalutazione. Dall’introduzione dell’euro questo non è stato più possibile e quindi è iniziato il declino, ma non il cambiamento. Il quale ha dei costi in termini di cultura, occupazione immediata, capitali da investire, ricollocazioni e formazione, dimensioni delle imprese. E che ha bisogno anche di due cose da trent’anni vituperate: il varo di politiche industriali con l’individuazione dei settori da privilegiare e cosa fare degli altri, e di un Patto, qui sì, tra Paese e sistema economico per sostenere questo riorientamento.
Certo gli accordi territoriali e l’aumento della sensibilità e del controllo sociale possono migliorare la situazione, ma non affrontarla adeguatamente. Se si guarda bene è la stessa situazione che spiega come mai abbiamo leggi importanti sulla salute e sicurezza dei lavoratori, ma continuiamo da trent’anni a registrare la stessa media di infortuni e di morti. Grandi grida e tanti “basta!” e poi si va avanti evitando il nodo vero. E il nodo vero è la convinzione che il mercato non ha bisogno di essere diretto e corretto, ma fa da solo, bisogna solo agevolarlo anche se questa convinzione cozza contro la realtà fattuale non solo internazionale, ma anche italiana. Una realtà fatta dalla metà della popolazione occupata in imprese con non più di dieci dipendenti che non fanno il mercato, ma che lo seguono; che non fanno innovazione, ma la subiscono e gli corrono dietro. La condizione in cui ci troviamo è, quindi: o si impostano coraggiose politiche industriali manovrando le leve politiche ed economiche oppure teniamo il sistema così com’è con tutte le sue eccellenze e le sue mostruosità.
Scaricare o, peggio, colpevolizzare il cittadino lavoratore-consumatore perché dovrebbe selezionare gli acquisti e, per questa via, selezionare le imprese virtuose da quelle ai margini della legalità, senza dargli gli strumenti reddituali, culturali e strutturali per poterlo fare, ha del moralismo facile e non ci porta lontano.”
Daniele Ranieri
28 giugno 2026
Daniele Ranieri è stato per oltre quarant’anni un dirigente della CGIL, dapprima per una categoria, poi nella Camera del Lavoro e infine al regionale Roma e Lazio. Si è sempre occupato del tema della salute e della sicurezza dei lavoratori e ne è stato il responsabile. Ha partecipato a numerosi Organismi Paritetici e al Comitato di Coordinamento ex art.7 del Lazio. Ho partecipato a due audizioni presso la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro. Ha svolto parallelamente attività di formatore sia all’interno di Cgil che in corsi esterni, anche in ambito universitario. È autore di vari libri sull’argomento l’ultimo dei quali, dal titolo “Il lavoro nuoce alla salute”, è in uscita in questi giorni, per le edizioni Palinsesto di Latina. Oggi si occupa di salute e sicurezza dei lavoratori per il Partito Democratico di Roma.


2 risposte
Il contributo/commento di Daniele Ranieri è importante e offre, a mio parere, un’interessante lettura della questione “tolleranza” che in entrambi gli articoli viene toccata (in quello di Roberto e mio, è intesa anche come venir meno del controllo sociale informale).
Ha ragione Ranieri a raccomandare attenzione nel sostenere che vi sia nei cittadini – e solo in quanto sarebbero promotori e beneficiari di bassi prezzi dei prodotti agricoli – una tolleranza dei fenomeni di irregolarità, lavoro nero e schiavismo nella loro produzione, perché si rischia di caricare “moralisticamente” il cittadino-lavoratore-consumatore di corresponsabilità in fenomeni che sono invece propri del “mercato”.
Sì, l’avvertenza di Ranieri rimane appropriata e necessaria anche quando la tolleranza sia intesa, com’è in quegli articoli, come carenza di attenzione civica, di riprovazione sociale, di volontà e di azione politica collettiva più che come mancata adozione di scelte di acquisto e di comportamenti di consumo socialmente corretti, che possano orientare il mercato.
Benché tolleranza e percezione sociale rimangano, a tutti gli effetti, elementi della complessità del fenomeno, sappiamo che è il mercato – privo di regole o, invece, forte delle proprie ciniche regole – a generare le distorsioni che colpiscono dignità, salute e salari dei lavoratori e che i cittadini, in quanto lavoratori e consumatori, ne sono anch’essi vittime.
È vero: i cittadini possono ben poco se manca il controllo sociale formale svolto dalle istituzioni, dalle politiche industriali, dalle leggi, dai controlli.
Graziano Maranelli
Colgo l’occasione qui di segnalare, su questi temi, due note recentemente pubblicate in rete:
https://www.pdeuropa.eu/2026/06/23/lagricoltura-europea-e-la-lotta-al-caporalato/
https://www.slowfood.it/comunicati-stampa/caporalato-sistema-criminale-strutturale-non-emergenziale/
L’idea, condivisa con Graziano Maranelli e quindi espressa nel nostro precedente contributo a doppia firma, non era quella di instillare sottili sensi di colpa per “smuovere” il cittadino-consumatore, soprattutto se finanziariamente fragile e quindi rivolto per necessità ai prodotti più economici tra quelli offerti sul mercato. Se sì è creato spazio per un equivoco del genere, ne sono spiacente e provo a chiarire aggiungendo all’appena pubblicato riscontro di Graziano (con cui concordo appieno) le note che seguono.
Del senso di colpa
Tra le cose meno etiche (e nella mia esperienza professionale più squallide) vi è quella del fare “uso di mercato” del senso di colpa, sia prima di, sia dopo un qualche “factum”.
Pre-factum: chi, anche in buona fede, dice ai ragazzi “non fumate, non solo perché nuoce alla vostra salute, ma anche perché farete soffrire mamma e papà, domani la persona che vi sarà compagna di vita e i vostri figli” non fa soltanto un’operazione prevenzionisticamente vuota (cioè che non funziona nel ridurre il numero dei fumatori e la quantità del fumato): fa un’operazione “cattiva” perché genera sofferenza strisciante priva di qualunque contrappeso utilitaristico che potrebbe, in linea teorica, giustificarla.
Post-factum: chi, soprattutto se operatore sanitario, colpevolizza un saldatore al quale è venuto un cancro al polmone dicendogli “te la sei cercata e voluta, mica nessuno ti ha obbligato a fumarti un pacchetto di sigarette al giorno” non si limita a compiere un obbrobrio deontologico: falsifica la realtà perché oscura il contributo patogenetico delle esposizioni professionali. Guarda caso, proprio quelle per cui non si può imputare al saldatore di essersela cercata e voluta.
Della tolleranza
Oltre alla tolleranza sociale (spesso propagandata “a zero” da chi intende l’esercizio della forza quale soluzione salvifica e unica per controllare la “devianza”), c’è quella tecnologica, c’è quella merceologica…
Delle dimensioni di un bullone, un responsabile di produzione può tollerare – che so – uno scostamento di un micron in più o in meno rispetto allo standard. Diversamente, il bullone lo si rifiuta: quanto meno è inutile, può essere pericoloso. Come è stato un pericolo, che si è tradotto in tragedia, l’aver tollerato – al di fuori di ogni controllo – la permanenza in servizio di un vecchio assile di un vecchio carro ferroviario che circolava carico di GPL.
Se un consumatore vuol acquistare una cartata di due etti di prosciutto netti, può tollerare che sul piatto della bilancia ce ne siano – che so – dieci grammi in più o in meno. Certamente meglio se, a parità di spesa, ce ne sono dieci in più; si può anche proporre al banconiere di fare deliberatamente “buon peso”. Ma se viene chiesto di pagare un etto e sessantacinque di prosciutto come se fossero due etti, anche il consumatore più tollerante rifiuta e come minimo cambia negozio (la cartata “scarsa” rimane, in ogni caso, sulla bilancia).
Riguardo a diritti, sicurezza e salute dei lavoratori mi viene da dire che la “società civile” potrebbe perfino tollerare senza scandalo qualche inosservanza formale, qualche conflitto non necessario: purché inosservanze e conflitti non creino povertà, umiliazione, infortuni, malattie.
Cosa può fare la “società civile” di fronte a un’illegalità e un’insicurezza diffuse che di povertà, umiliazione, infortuni e malattie ne provocano, invece, in modo sistematico e che non sono “devianza ai margini di un sistema sano” ma fenomeni strutturali?
Intanto la “società civile” può rendere visibili l’illegalità e l’insicurezza.
Poi può capirle a fondo, in modo partecipato e quanto più possibile condiviso.
Poi, con pochi proclami oppure nessuno, con pochi “faremo” e “stiamo per fare” oppure nessuno, può agire per incrementare la regolarità del lavoro, la sua sicurezza, la sua salubrità: e, perché no, migliorare il benessere sul lavoro o almeno ridurre il malessere ove esso si genera, iniziando da dove è più atroce.
Si può mettere tutto questo nei programmi istituzionali, politici e sindacali e poi mantenere gli impegni presi.
Si può fare educazione alla legalità, alla sicurezza e alla salubrità del lavoro nelle scuole, comprese quelle politiche e sindacali: studenti, cittadini, lavoratori (RLS ovviamente compresi e anzi interlocutori speciali – come speciale è il loro ruolo), politici, sindacalisti consapevoli e culturalmente attrezzati saranno più robusti nel cogliere i problemi di illegalità e insicurezza e nel fronteggiarli.
Chi decide il menù di una mensa scolastica o aziendale può fare delle scelte anche in base ai modi di produzione di ciò che fa mettere in tavola: ne trarrà un onesto ritorno d’immagine, potendo dimostrare che riso, zucchine e frutta non fanno male né a chi li mangia né a chi li ha prodotti.
Chi decide riguardo a un nuovo magazzino del commercio online, a un nuovo impianto energetico o al ciclo dei rifiuti è bene che sappia di essere guardato non solo dalla propria coscienza ma anche da una “società civile” informata, interessata e consapevole che non si limiterà a verificare, ma potrà dare aiuto.
E così via, con un massimo comun denominatore: confrontarsi apertamente, decidere quanto più possibile assieme, comunicare efficacemente, verificare se le azioni hanno portato ai risultati attesi o meno, cambiare strada ogni volta che è giusto cambiarla.
Si tollerano (o meglio si scotomizzano) più facilmente i problemi che si conoscono poco e male, così come l’umiliazione e il dolore di chi è lontano e invisibile rispetto a quelli di chi è prossimo: quindi è importante lavorare per la conoscenza, la visibilità e la prossimità.
Se “qualcosa di male” non viene tollerato dentro di noi e nelle nostre azioni, probabilmente non è perché ci sentiamo in colpa, ma perché sentiamo l’utilità e la profonda necessità di eliminare quel “male”.
Si può dire che sia buonismo utopico da palestra intellettuale e/o sentimentale: ma a me non viene in mente altro di giusto e possibile.