Per la salute e la sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici del sesso
La coincidenza di una scritta su di un muro e di un articolo su di una rivista scientifica mi inducono a proporre a chi frequenta il sito di SNOP un tema di sicurezza e salute occupazionali poco frequentato.
“SEX WORK IS WORK”, qualcuno ha voluto comunicare – a un pubblico indistinto, quindi ampio – con la forza di una vernice rossa apposta lungo una strada urbana ad alto traffico.
Nelle statistiche INAIL non troveremo gli infortuni e le malattie delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso: ma sono persone che esistono (perché esiste una clientela del sesso), con peculiari problemi di sicurezza e salute che direttamente discendono dal loro lavoro (particolarmente se esercitato in condizioni di povertà, fragilità personale e sociale, sfruttamento).
Oltre all’ignoto street writer, anche The Lancet si sta interessando di sex workers e ha inaugurato una serie ad essi dedicata (“Health Equity for SexWorkers”); ne richiamiamo qui il contributo appena pubblicato da Carmen H Logie e altr*, appartenenti a strutture sanitarie e di ricerca di Canada, USA, Ucraina, Tailandia e Paesi Bassi (in calce la citazione completa; il file è disponibile per tutti gratuitamente – è un “open access”).
L’articolo esplora le “complesse ineguaglianze sociali e di salute portate da multipli processi di stigmatizzazione sociale” e analizza a fondo “lo stigma strutturale, interpersonale e internalizzato che conforma in profondità la salute dei sex workers, sottominandone l’accesso ai diritti sanitari e umani, con impatti ben documentati sulla salute sessuale, il benessere mentale, la sicurezza e l’accesso alla giustizia“.
Forse arriveremo a considerare l’aggressione di una/un sexworker da parte di un cliente o di un “protettore” come un infortunio lavorativo (“lesioni da causa violenta in occasione di lavoro”) senza “se” e senza “ma”. Forse arriveremo a considerare un carcinoma HPV-correlato del collo dell’utero o del pene insorgente in una/un sex worker come un tumore professionale senza “se” e senza “ma”.
In ogni caso, si può/si deve provare a dare dignità e tutele anche a questa mal considerata categoria occupazionale.
Roberto Calisti
Logie C, Goldenberg S, Brisson J et al.: Intersecting stigma as a fundamental barrier to the health and wellbeing of sex workers. The Lancet Public Health, 2026; 11, e691-e702 https://www.thelancet.com/journals/lanpub/article/PIIS2468-2667(25)00220-8/fulltext
Tutti gli articoli della Serie “Health equity fo sex workers” di The Lancet – Public Health sono disponibili qui: www.thelancet.com/series-do/health-equity-for-sex-workers
Vedi anche:
Krüsi A, Pearson J, Stardust Z et al.: Towards occupational health and safety in sex work. The Lancet Public Health, 2026; 11, e715-e726
https://www.thelancet.com/journals/lanpub/article/PIIS2468-2667(25)00251-8/fulltext


Una risposta
Segnalo che a Milano sono state organizzate giornate di offerta gratuita (l’ultima il 26 giugno us, tra le 18.00 e le 23.00) della vaccinazione anti-HPV a sex-workers: è stato allestito un tendone in zona Porta Venezia e contestualmente è stata offerta anche la possibilità di eseguire test rapidi per HIV, HCV, sifilide e ovviamente di essere informati (councelling). La letteratura straniera è ricca di iniziative che portano gli operatori di salute pubblica ‘in strada’ per raggiungere le popolazioni che per vari motivi non accedono spontaneamente agli ambulatori: un tendone o un camper possono essere attrezzati e favorire l’incontro con l’operatore sanitario abbattendo barriere non solo fisiche, ma anche (soprattutto) culturali.