Misure di prevenzione sul lavoro
È come se ci rendessimo conto a luglio che sarà un’altra estate terribilmente calda: ci vogliono i picchi sempre maggiori di calore nelle città, le morti e i ricoveri ospedalieri, gli allarmi meteo, i fenomeni inusitati ecc. perché torniamo tutti a parlare di crisi climatica e di rischio calore, a renderci conto di quello che sta succedendo.
Ma verso il cambiamento climatico è solo uno dei tanti atteggiamenti poco razionali che abbiamo: è come se il problema non esistesse nel resto dell’anno, gli eventi meteorologici estremi non avessero la stessa origine, il veloce scioglimento dei ghiacciai, la scomparsa della neve, le temperature medie di gennaio o febbraio sempre superiori alle medie stagionali, i venti disastrosi …
E si ripete uno schema di azione che è frequente su molti aspetti – anche sui temi della salute e scurezza sul lavoro – che porta ad affrontare i problemi come emergenze anche quando sono ben noti e radicati da tempo, rinunciando ad approcci che garantiscano una più efficace sistematicità e organicità.
Fatte queste banali osservazioni, sulle quali sarà opportuno tornare quando saremo fuori da questa nuova “emergenza”, non possiamo che registrare con favore ed attenzione i molteplici interventi che vengono messi in campo in questi giorni in relazione alla esposizione a calore e a irraggiamento solare sul lavoro e che affrontano il problema con strumenti diversi.
- La Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome ha emanato il 19 giugno scorso le “Linee di indirizzo per la protezione dei lavoratori dal calore e dalla radiazione solare” (all.1). È un documento che sintetizza e integra anche preesistenti documenti regionali e del Coordinamento Tecnico per la SSL delle Regioni e delle Province Autonome, finalizzato a fornire indicazioni utili ai datori di lavoro e a tutti gli operatori coinvolti nella prevenzione. Le Linee offrono una visione d’insieme del complesso percorso che nelle imprese, con fondamentale riferimento alle norme del D.Lgs. 81/08, deve portare alla realizzazione di condizioni di lavoro salubri e sicure, in relazione allo specifico rischio. Pur ricordando opportunamente che il rischio da calore esiste anche in settori indoor, il documento inserisce, infine, indicazioni specifiche e schede di autovalutazione per i comparti agricoltura, edilizia e logistica.
- La gran parte delle Regioni, utilizzando i poteri sulle materie concorrenti concessi dall’art. 117, comma 3 della Costituzione, ha emesso in questo periodo provvedimenti di regolamentazione del lavoro nelle ore di maggiore calore e per alcune tipologie di occupazioni. Di interesse è anche che alcune di esse prevedono il possibile intervento integrato dei singoli Comuni.
Si tratta, ovviamente, di interventi di grande rilevanza in quanto, pur richiamando gli obblighi di tutela del D.Lgs. 81/08 e le misure preventive indicate anche dalle citate Linee di indirizzo, vanno al di là di esse, considerando che in alcune situazioni la misura realmente efficace non può che essere quella della “eliminazione” del rischio. Occorre dire, quindi, che l’approccio che ne è alla base richiama espressamente la prevenzione primaria, entrando nell’ambito delle scelte tra esigenze produttive/lavorative e tutela della salute del lavoratore, nei casi in cui le misure tecniche, organizzative e procedurali sarebbero ritenute non sufficienti (pur lasciando spazio ad interventi correttivi a livello aziendale).
Accolto questo con soddisfazione, non si può non sottolineare come, ancora una volta, gli interventi regionali presentino differenze tra loro, talvolta non giustificate nemmeno da motivi geografici, in merito alla natura del dispositivo adottato, ai settori interessati (v. questione dei riders), alle esclusioni, alla durata di efficacia delle ordinanze, ai sistemi di misurazione cui fare riferimento ma anche come essi non riguardino tutto il territorio nazionale, avendo alcune regioni scelto vie diverse (es. le raccomandazioni).
- La terza “via” della prevenzione dell’esposizione a calore intenso sul lavoro passa attraverso la leva della contrattazione collettiva, peraltro citata talvolta anche dalle ordinanze regionali, purché in linea o migliorativa rispetto a queste. Si tratta di un ambito di grande interesse per la prevenzione, che dà spazio alla bilateralità, alla partecipazione, alle specificità di settore o aziendale. A questo proposito è significativo il Protocollo quadro per l’adozione delle misure di contenimento dei rischi lavorativi legate alle emergenze climatiche negli ambienti di lavoro (all.2), sottoscritto presso il Ministero del Lavoro dalle Parti sociali il 2 luglio 2025. Il Protocollo impegna, tra l’altro, le parti ad “attivare tavoli contrattuali nazionali, settoriali, territoriali o aziendali, volti a declinare le buone prassi e le misure necessarie” per la prevenzione. Il Protocollo dovrebbe fornire un quadro di riferimento che possa anche garantire una certa omogeneità di implementazione, evitando disuguali risultati in funzione delle volontà e capacità esistenti nei singoli ambiti. Al Ministero viene chiesto di lavorare parallelamente per supportare il sistema impresa nell’applicazione di queste misure, tramite il ricorso agli ammortizzatori sociali o premialità INAIL e con altri strumenti amministrativi e regolatori.
Dobbiamo prendere atto che, anche per la loro sincronia ed integrazione, gli interventi richiamati offrono – pur con alcune zone d’ombra – strumenti validi per affrontare il tema in una parte delle situazioni a maggior rischio e sarà necessario ora utilizzarli a pieno, traducendoli in misure operative ed esperienze applicative che coinvolgano tutti i soggetti interessati.
Al di fuori della “emergenza” sarà opportuno riprendere in mano complessivamente la questione “clima e lavoro” per cercare di costruire un quadro sistematico e quanto più completo delle azioni necessarie. Si vedano, in proposito, le proposte relative ad una specifica direttiva comunitaria avanzata dalla Confederazione Europea dei Sindacati (ETUC) di cui parliamo nelle notizie “in breve” in questo sito.
Per alcuni aspetti di dettaglio sull’esposizione a calore sul lavoro rimandiamo ad una breve nota di Manuela Peruzzi, qui allegata (all.3).

