La recensione del libro di Christian G. De Vito su “tecnici e mondo del lavoro a Reggio Emilia nei lunghi anni Settanta”.
| Il libro: L’uomo a due dimensioni. Tecnici e mondo del lavoro a Reggio Emilia nei lunghi anni Settanta.
Autore: Christian G. De Vito Edizioni: LNew Digital Frontiers, Palermo, 2025 Collana SISLAV https://unipapress.com/book/luomo-a-due-dimensioni/ (versione cartacea: € 18,00 – liberamente scaricabile nella sua versione digitale) |
Il libro di Christian De Vito raccoglie alcuni saggi già pubblicati in precedenza, ampliando in maniera significativa i contenuti e la bibliografia richiamata. Diciamo subito che si tratta di un lavoro encomiabile, destinato a essere consultato e citato a lungo per capire ciò che accadde in quegli anni nel nostro paese. Siamo nel campo dei servizi sociali in senso lato, ma con focus su tre ambiti: la prevenzione nei luoghi di lavoro; l’assistenza psichiatrica; l’istruzione nell’infanzia.
La scelta del punto di vista è quella del ruolo e dei nodi organizzativi dei tecnici “sociali”, medici, infermieri, insegnanti, psicologi, operatori sociali. Lo studio si concentra su queste figure viste come emblematiche interfacce fra i vari strati della popolazione (operaia, sofferente di malattie e turbe psichiche, infanzia …) che nel fatidico giro d’anni tra i ’60 e i’70 scoprono nuove prospettive nel proprio ruolo, vissuto a contatto con la realtà, più che teorizzato in astratto.
De Vito descrive gli avvenimenti istituzionali e dei movimenti sociali di quel tempo che portarono alla nascita e ai primi sviluppi dei servizi relativi, sempre, almeno nel laboratorio di Reggio Emilia, sostenuti da enti locali (Provincia e Comune) predisposti al cambiamento. Illuminante è la descrizione del contesto sociale e politico di quegli anni nella città emiliana, raccontato a partire da materiali inediti (minute di riunioni, appunti e impressioni di partecipanti, alcune cruciali interviste a protagonisti di quegli avvenimenti) e da resoconti ufficiali (atti di convegni delle forze sociali locali, delibere e prese di posizione dei Consigli provinciali e comunale, ecc.), sempre preziosi perché certamente di difficile consultazione.
Confessiamo di aver letto con grande interesse i capitoli dedicati ai primi due temi, mentre il terzo esulava dal nostro vissuto professionale. Tuttavia, giustamente De Vito dedica uguale attenzione ai tre ambiti, concentrando l’attenzione sulla figura dei “tecnici” in senso trasversale ai rispettivi campi di intervento.
Dopo un’introduzione a carattere generale, dedicata a un inquadramento di tipo sociologico del tema trattato, quello dei tecnici sociali, il primo capitolo descrive la storia dell’istituzione del Servizio di medicina del lavoro di Reggio Emilia. Sono dettagliatamente richiamati avvenimenti e prese di posizione sia dei lavoratori che degli enti locali, solidali e attivi nel promuovere forme inedite di collaborazione per il sostegno alle lotte per la salute che in quegli anni iniziano a essere condotte nelle fabbriche. Sono molto interessanti le osservazioni relative al fallimento degli organi fino a quel momento deputati a occuparsi della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, ENPI e Ispettorato del lavoro. Mi ha particolarmente colpito la descrizione del lavoro quotidiano dell’Ispettore del Lavoro, Valerio Viscione per molti anni addetto a tale funzione nella provincia di Reggio Emilia, raccolta dall’autore nel corso di un’intervista. Nelle parole dell’Ispettore si trova piena conferma a quanto emergeva dalle relazioni dei capi-circolo raccolte negli anni subito a ridosso della fine del secondo conflitto mondiale, quando il ministro dell’epoca chiese loro di riferire sullo stato organizzativo e operativo di queste essenziali funzioni dello stato. Cronica scarsità di personale, dovuta anche al mortificante salario ricevuto rispetto a quanto veniva riconosciuto ai pari grado dell’ENPI e dell’INAIL, debordanti incombenze amministrative, sempre prevalenti rispetto a quelle propriamente tecniche, rigidità gerarchica e compartimentazione professionale, impossibile neutralità nelle scelte fra interessi opposti, il profitto da una parte e la salute e sicurezza dall’altra, tutto congiurava, nelle parole dell’Ispettore, per rendere vano il lavoro che pure veniva svolto con ammirevole impegno. Questo frustrante quadro era poi confermato dall’indifferenza, quando non dall’ostilità da parte dei primi e più impegnati operatori della prevenzione nei luoghi di lavoro degli enti locali che stavano iniziando il proprio lavoro sfruttando il dettato della legge 300, Statuto dei lavoratori, per affiancare e sostenere le lotte per la salute in fabbrica. Un contrasto insanabile che si accentuava, se possibile, nei confronti dell’ENPI e dei suoi tecnici, per i quali neppure esisteva l’alibi della presunta neutralità.
Universi incomunicabili fra tecnici di antico “regime”, addestrati a una disciplina ormai inadatta al mondo della produzione industriale di massa, nella quale più che il rispetto di norme tecniche specifiche, i fattori di rischio erano legati al modo di organizzare la produzione. Emblematico il caso delle fabbriche tessili, nelle quali, a parte il danno uditivo per il rumore, scarseggiavano i fattori chimico-fisici tradizionali dell’igiene del lavoro, ma abbondavano i rischi psico-sociali della fabbrica modernamente organizzata.
Le due dimensioni richiamate nel titolo dall’autore si riferivano proprio a questa ambiguità di ruoli, da una parte civil servant deputato all’applicazione e alla verifica del rispetto di norme di legge, dall’altra operatore sociale, chiamato a interpretare il ruolo di supporto sociale nei confronti delle classi svantaggiate in fabbrica come nei luoghi della detenzione psichiatrica o della formazione infantile. In quegli anni e in quel territorio esplodevano le contraddizioni più acute fra sviluppo economico in atto, travolgente, sconvolgente e diritti alla salute e al rispetto dell’integrità ambientale. Questi tecnici si trovavano al centro della contraddizione.
Il capitolo sulla costituzione dei Centri per l’Igiene Mentale (CIM) consente di apprezzare la vivacità intellettuale che in quegli anni caratterizzava Reggio-Emilia. Condotti da un giovane Giovanni Jervis, i primi nuclei di operatori della nuova psichiatria colloquiavano e scambiavano esperienze con molti altri centri in Italia e all’estero. Le rispettive esperienze operative venivano discusse appassionatamente e tradotte in proposte che trovavano ancora una volta attento ascolto nelle istituzioni locali. Non è un caso che importanti esperienze di studio dei fattori di rischio psico-sociali in fabbrica videro la fattiva collaborazione di questi due nuclei di operatori, quelli dell’istituendo CIM e quelli della prevenzione nei luoghi di lavoro.
L’analisi di De Vito individua nel biennio 1973-74 il punto di svolta e l’inizio di un’involuzione delle esperienze di partecipazione democratica “dal basso” che avrebbero condotto alla fine della fase “rivoluzionaria” nella revisione del ruolo dei tecnici sociali, per aprire un periodo di normalizzazione vissuto in maniera diseguale da ogni operatore. Così, alcuni trovarono modo di adattarsi utilmente a livello personale nella nuova situazione, scalando spesso le nuove gerarchie politico-funzionali che si erano costituite. Altri abbandonarono il campo, lasciando la città di Reggio Emilia per dedicarsi ad altri scenari professionali. Altri ancora continuarono nell’impegno personale secondo le basi poste nel periodo d’oro, ma ormai impediti nella realizzazione dei propri ideali. Su tutto il mutato clima politico, con la fine del protagonismo operaio, la fase economica dell’austerità con il prevalere dei temi economici su quelli della realizzazione della Repubblica dei Diritti, la costatazione che il ciclo avviato nel secondo dopoguerra nel nostro Paese, con la Ricostruzione e il Boom degli anni ’50 e ’60 era ormai chiuso, travolto dalla crisi energetica del 1973 e anche dal clima degli incombenti Anni di Piombo. A tal proposito avrei avuto piacere di trovare in nota che Giovanni Senzani autore del libro Rapporto da 118 casa di rieducazione per minorenni, Milano, Jaca Book, 1970, citato nel capitolo 2, dedicato alle vicende dell’ospedale psichiatrico e dei CIM, era lo stesso Senzani che poi sarebbe divenuto uno dei capi delle Brigate Rosse, autore di efferatezze indicibili. Ma la giovane età di Christian De Vito giustifica la disattenzione, mentre per chi visse quelle orribili giornate di lutto causate da personaggi come Senzani non può invece dimenticare.
Il libro esce in una collana della SISLAV, la Società Italiana di Storia del Lavoro, benemerita associazione con la quale abbiamo stretti rapporti di collaborazione e vicinanza culturale. Tra le benemerenze c’è anche quella di offrire questo testo in libera consultazione e scaricamento, cosa che lo rende veramente disponibile per tutti gli interessati, al di fuori di censure di mercato che oggi colpiscono libri importanti che però non trovano editori disponibili e canali di distribuzione nel circuito tradizionale, quello cartaceo.
Presentazione a cura di Alberto Baldasseroni

