NOI SIAMO
QUELLI CHE...

Pensano che le informazioni sullo stato di salute delle persone e delle comunità, sulle malattie e gli infortuni, sulle cause di entrambi...costituiscano una premessa indispensabile per fare prevenzione;
Offrono alle istituzioni, ai corpi intermedi della società...valutazioni, proposte, azioni di informazione e formazione con l'intento di partecipare...;
Non hanno conflitti di interesse...per cui sono liberi di dire ciò che pensano
Comunicano in modo trasparente...
Non hanno tra gli obiettivi prioritari la difesa di categorie o di singole figure professionali...
Cercano un continuo confronto con le altre Società scientifiche che operano nel mondo della prevenzione...
Non hanno mai smesso di credere nella necessità di un sistema pubblico di prevenzione diffuso in tutto il paese, in grado di garantire il diritto alla salute e di contrastare le diseguaglianze.
Pensano che la solidarietà e la partecipazione siano ancora valori indispensabili.

Ma che bravi i tecnici della prevenzione!

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Tempo di lettura: 6 minuti

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Tante cose stanno cambiando in questo periodo, in Italia, riguardo a tutti i temi della prevenzione occupazionale: in modi che potrebbero essere definiti da alcuni come tumultuosamente dinamici ed essere da altri etichettati come semplicemente caotici. Evolvono le norme, spesso pasticciando (ne è un esempio il recente, pedissequo recepimento di una direttiva comunitaria sull’amianto). Evolvono, secondo traiettorie spesso carsiche, la programmazione nazionale e conseguentemente quelle regionali (vedansi il percorso dei Programmi Predefiniti 3, 6, 7 e 8 del nuovo Piano Nazionale della Prevenzione e quello della strategia per la prevenzione occupazionale da poco formulata dal Ministero della Salute).

Dopo tanto parlare di “nuovi rischi emergenti” si torna a dover fare i conti (come se mai se ne fosse potuto fare a meno) con le cadute dall’alto nei cantieri edili, i ribaltamenti dei trattori agricoli, gli investimenti dei lavoratori ferroviari lungolinea, le malattie muscolo-scheletriche croniche da lavoro, i tumori professionali, le aggressioni in ambiente di lavoro…

Cambia, in significativa misura tornando al passato remoto pre-riforma del 1978, il sistema delle competenze istituzionali almeno in linea di principio volte a far sì che ai lavoratori (a tutti i lavoratori) venga garantito il diritto di tornare a casa dal lavoro interi, sani, quanto meno vivi.

Tutto questo parlando poco o nulla di quei professionisti di parte pubblica ai quali in buona parte la tutela di tale diritto viene affidata. Un po’ grossolanamente, in parecchi dicono che occorrebbero “più ispezioni”: ma chi dovrebbe farle (anche a prescindere dal contenitore istituzionale di afferenza)? E, soprattutto, come andrebbero fatte tali ispezioni, con quali finalità, con quali strumenti, entro quali reti di collaborazioni e possibili sinergie? Quali approccio andrebbero affiancati alle ispezioni per coprire tutti quegli aspetti dei rischi occupazionali che anche il più competente, assiduo e approfondito sistema ispettivo non sarebbe un grado di contrastare risolutivamente?

SNOP ha già ospitato numerose riflessioni su questi argomenti, anche a partire dagli spunti offerti da quel peculiare modello operativo che viene prospettato negli episodi de “L’altro ispettore” televisivo: una serie che viene richiamata anche in apertura del seguente contributo del tecnico della prevenzione Giacomo Porcellana, che molto volentieri ospitiamo con il titolo da lui proposto e che va molto oltre il dibattito su di un improbabile ispettore che risolve i casi più intricati con relazioni informali e intuito holmesiano. Confidiamo che il testo di Giacomo Porcellana venga letto con attenzione e susciti ulteriore partecipazione ad un confronto che si prospetta franco e interessante.

 

Ma che bravi i tecnici della prevenzione…

C’era una volta un ispettore del lavoro… Era il 1906 e la legge n. 380 segnava la nascita del Corpo degli Ispettori del Lavoro in Italia, con la costituzione dei primi tre Circoli di ispezione a Torino, Milano e Brescia. Successivamente, fu la legge n. 1361 del 22 dicembre 1912 a prevedere un’organizzazione complessiva, rendendo l’Ispettorato un organo tecnico dedicato alla vigilanza e allo studio dei problemi dei lavoratori, definendone ruoli e poteri.

Ma a un certo punto della storia… Nel giorno dell’antivigilia di Natale dell’ormai lontanissimo 1978 si è compiuta una “rivoluzione” chiamata Servizio Sanitario Nazionale. La legge n. 833/1978, basata su criteri di universalità, equità e solidarietà, impone la prevenzione come strumento fondamentale per ridurre i costi sanitari e promuovere il benessere generale della popolazione.

Ma tra il dire e il fare… Il nuovo modello prevedeva che il personale delle USL (medici e tecnici) assumesse funzioni ispettive, diventando punto di riferimento per la salute pubblica e la sicurezza lavorativa. Se la medicina del lavoro aveva una solida storia alle spalle, tra i tecnici non vi era una tradizione, altrettanto solida, nell’ambito della salute e sicurezza dei lavoratori. La figura del vigile sanitario all’epoca era perlopiù incaricata di controlli igienici e alimentari e il reclutamento dei tecnici da destinare a questi nuovi incarichi si rivolse al mondo dei diplomati tecnici, prevalentemente geometri e periti industriali.

Fatta la sanità pubblica, occorreva fare i professionisti sanitari… La trasformazione partì con la legge n. 502/1992 e, in qualche modo, è ancora in corso. Un percorso difficile, soprattutto per le professioni meno numerose e per quelle più “scomode” (destino segnato per chi si occupa di funzioni ispettive). Tuttavia, con il Decreto del Ministero della Sanità 17 gennaio 1997, n. 58, venne regolamentata la figura e il relativo profilo professionale del Tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro.

Tra equipollenza e accademia… L’avvio dei corsi di laurea nei primi anni 2000 ha visto la maggioranza dei Tecnici della prevenzione in servizio conseguire il titolo accademico e, al contempo, le Università hanno iniziato a laureare nuovi tecnici. Purtroppo, negli stessi anni si andavano affermando norme di blocco (o di limitazione) del turnover che, per oltre un decennio, hanno costituito un ostacolo alla possibilità che i nuovi Tecnici della prevenzione andassero a popolare i servizi delle ASL. Nonostante ciò, i nuovi professionisti sono ugualmente riusciti ad accedere, spesso nel settore privato, al mondo del lavoro e ad occuparsi di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Sometimes They Come Back.

A volte il legislatore torna sui suoi passi e da alcuni anni, con il D.L. 146/2021, convertito dalla legge n. 215/2021, ha esteso i poteri di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro all’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL), affiancandolo alle Aziende Sanitarie Locali. In questa fase di “coabitazione creativa” è stata l’INL a dover reclutare nuove forze e, tra queste, i Tecnici della prevenzione rappresentano una quota non trascurabile.

Houston, we have a problem.

Secondo gli ultimi dati disponibili al 31 dicembre 2023, i Tecnici della prevenzione iscritti all’albo professionale erano 11.812. Per l’anno accademico 2025/26 i posti disponibili per il corso di laurea in Tecniche della prevenzione, messi a disposizione dal Ministero, erano pari a 921 (erano 891 nel 2024/25). Secondo AlmaLaurea, il numero dei laureati si aggira intorno ai 600 all’anno. Con questi numeri abbiamo un problema.

Oggi i Tecnici della prevenzione operanti nei servizi delle Aziende sanitarie si occupano di tre grandi aree: la sicurezza alimentare, l’igiene e la sanità pubblica, e la salute e sicurezza del lavoro. Ma i Tecnici della prevenzione oggi si collocano in diversi ruoli anche nelle ARPA, all’INL, all’INAIL, all’USMAF, nei diversi Ministeri e nei relativi enti di emanazione. A ciò si aggiunge la nutrita schiera dei Tecnici della prevenzione che operano nei servizi di prevenzione e protezione pubblici e privati e negli studi di consulenza.

Questo, da un lato, rappresenta il riconoscimento delle qualità professionali dei Tecnici della prevenzione; dall’altro, mostra una fragilità del sistema.

Il Tecnico della prevenzione oggi si colloca nel mercato del lavoro come una risorsa scarsa che, però, ha il “vantaggio” di partire da livelli retributivi altrettanto scarsi. Dunque, anche una modesta variazione dell’offerta economica crea un flusso di risorse che, soprattutto nell’ambito pubblico, diventa un problema. Il reclutamento di personale nelle pubbliche amministrazioni avviene per concorso e, di conseguenza, i tempi di reazione sono lenti; a ciò si aggiunga che la piena operatività di un tecnico che si debba occupare di salute e sicurezza del lavoro richiede il riconoscimento di qualifiche il cui tempo di attribuzione si aggira mediamente tra i 6 e i 12 mesi. Per non parlare delle sedi “disagiate”, ovvero quelle lontane dai centri di formazione, dove si sta assistendo a fenomeni di vero e proprio spopolamento. Spopolamento che riguarda anche gli assetti interni, poiché l’area della salute e sicurezza del lavoro risulta sempre meno attrattiva agli occhi dei nuovi Tecnici che tendenzialmente preferiscono occuparsi di sicurezza alimentare o sanità pubblica.

La “scommessa” fatta nel 1997 con la regolamentazione della professione del Tecnico della prevenzione è stata vinta. Oggi abbiamo professionisti preparati e autonomi, in particolare nella gestione della materia della salute e sicurezza del lavoro. Dunque, occorre investire su questa figura. Occorre una pianificazione strategica che valuti realisticamente i fabbisogni e che tenga conto sia del turnover, ma soprattutto del fatto che oggi il Tecnico della prevenzione ha valicato i confini delle strutture sanitarie in cui è nato ed è attratto anche da altri enti pubblici e privati.

Da questo punto di vista, le misure contenute nel recente D.L. 159/2025 non paiono né sufficienti né adeguate. La norma autorizza l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, per gli anni 2026, 2027 e 2028, ad assumere a tempo indeterminato 300 unità di personale, mentre per le ASL prevede di finanziare, attraverso l’incasso delle sanzioni, “l’acquisizione di personale aggiuntivo a tempo determinato o con altre tipologie di lavoro flessibile”. È evidente che la diversa tipologia di contratto (tempo determinato vs tempo indeterminato) sia tutta a vantaggio dell’ente centrale.

Per dare una svolta al sistema sarebbe invece necessario domandarsi quanti Tecnici della prevenzione servano per coprire il fabbisogno complessivo e come stimolare le Università ad ampliare l’offerta, soprattutto nei territori oggi scoperti. Non è certo un mistero che, come per le altre professioni sanitarie, i corsi di laurea vengano finanziati direttamente o indirettamente dalle Regioni e dalle Aziende sanitarie; ma se i beneficiari aumentano, dovrebbero aumentare anche i finanziatori. Inoltre, sarebbe necessario che nell’ambito pubblico vi fosse una perequazione (verso l’alto) dei livelli retributivi e che si aprissero reali prospettive di carriera basate sul merito.

 

Giacomo Porcellana

Tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro

SPRESAL ASL TO3

giacomo.porcellana@aslto3.piemonte.it

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