NOI SIAMO
QUELLI CHE...

Pensano che le informazioni sullo stato di salute delle persone e delle comunità, sulle malattie e gli infortuni, sulle cause di entrambi...costituiscano una premessa indispensabile per fare prevenzione;
Offrono alle istituzioni, ai corpi intermedi della società...valutazioni, proposte, azioni di informazione e formazione con l'intento di partecipare...;
Non hanno conflitti di interesse...per cui sono liberi di dire ciò che pensano
Comunicano in modo trasparente...
Non hanno tra gli obiettivi prioritari la difesa di categorie o di singole figure professionali...
Cercano un continuo confronto con le altre Società scientifiche che operano nel mondo della prevenzione...
Non hanno mai smesso di credere nella necessità di un sistema pubblico di prevenzione diffuso in tutto il paese, in grado di garantire il diritto alla salute e di contrastare le diseguaglianze.
Pensano che la solidarietà e la partecipazione siano ancora valori indispensabili.

Dell’idea del “corpo unico” di prevenzione e vigilanza in materia di lavoro

Condividi con:

Facebook
Twitter
WhatsApp
Email
Stampa

Tempo di lettura: 6 minuti

Tempo di lettura: 6 minuti

A margine delle riflessioni di Flavio Coato sul sistema dei controlli e della prevenzione negli ambienti di lavoro

A margine della feroce uccisione dei quattro braccianti stranieri in Calabria, Flavio Coato, con estrema lucidità e con la sua nota concretezza, ha scritto sulle pagine di questo sito alcune riflessioni forti e di valore, che proviamo qui a riprendere e a commentare.

  • Come per la questione salute e sicurezza, è illusorio pensare che quella della regolarità e, ancora più a monte, quella della dignità del lavoro possano trovare soluzione unicamente in “controlli” di vigilanza (inutile “cercare di dominare il mostro prendendolo per la coda”). L’origine è altrove.
  • Quello che manca, accanto alle inefficienze dei controlli istituzionali, è anche un controllo sociale “informale” dei cittadini, quello che scatta di fronte a fenomeni per i quali c’è una diffusa e comune condanna, quali il fumo in locali chiusi, lo sputare per terra, l’abbandono di rifiuti, il saltare la fila. Qui, dice Flavio, pare esserci invece tolleranza a vari i livelli, quasi si accettasse una parte di illegalità come “danno collaterale necessario per garantire il benessere generale” e vengono richiamate, poi, le responsabilità diffuse nell’intera filiera di questi prodotti agricoli, dove gioca un ruolo rilevante la grande distribuzione organizzata (GDO). È il caso delle fragole, cui abbiamo dedicato l’immagine a corredo dell’articolo: le stesse che, per arrivare sugli scaffali dei supermercati a un prezzo compatibile con le possibilità di chi acquista – pur a valle di una serie di passaggi commerciali speculativi (e a volte di peggio) – devono essere raccolte da persone pagate poco, tutelate poco, spesso anche trattate male. Perché negli algoritmi rigidi della GDO l’unico termine che appare comprimibile all’infinito è quello della retribuzione e dei diritti dei lavoratori manuali (consentendo tutt’al più un po’ di forzature sulla voce “retribuzione e diritti degli autotrasportatori”)
  • Da qui, la soluzione che Flavio prospetta con la proposta di fissare un “minimo etico” per il lavoro agricolo (modello mutuato dall’esperienza a cui lui stesso aveva contribuito quando ricopriva il ruolo di coordinatore del Gruppo Nazionale Edilizia del Gruppo Tecnico Interregionale SSL) attorno al quale creare un Patto Sociale. Si tratta, però, di un modello che non può funzionare senza due presupposti: a) la partecipazione in concreto di tutti i soggetti portatori di interesse, compresi quindi i lavoratori e le loro rappresentanze in un regime di trilateralità assieme a parte pubblica e parte datoriale; b) l’attenzione costante e condivisa alla dimensione dell’equità.
  • Siamo invece davanti a uno scenario in cui la trilateralità pare sostituita da una bilateralità istituzionalizzata, ad esempio negli organismi paritetici territoriali, e anche da una bilateralità “informale”, un po’ strisciante ma molto operativa, in cui la parte pubblica dialoga, co-progetta e  co-realizza, asimmetricamente, molto più con la parte datoriale che con quella dei lavoratori. È uno scenario in cui l’equità (che pure è stata un asse portante del Piano Nazionale della Prevenzione 2020-25) diventa, in molti territori e in molte mentalità, niente più che una parola ad effetto, buona un po’ per tutte le occasioni formali ma da cui non discendono atteggiamenti pratici e azioni di alcun genere.
  • SNOP sostiene con forza l’idea di un Patto Sociale per la dignità, la sicurezza (“safety”) e la salute dei lavoratori, tutti, a prescindere da dove siano partiti per arrivare dove operano adesso e da quale lingua-madre parlino: SNOP intende impegnarsi su questo tema proponendo pubblicamente questo obiettivo al fine di trovare quelle ampie adesioni necessarie per la sua realizzazione e contribuire certamente a creare quella responsabilità diffusa necessaria a sostenerne le azioni.

 

  • Il secondo capitolo delle riflessioni di Flavio tocca invece il dolente tasto dell’odierno quadro istituzionale di prevenzione e vigilanza in materia di lavoro, le cui condizioni si sono ulteriormente complicate anche grazie ad improvvidi interventi normativi, da una parte, e, dall’altra, per varie forme di deterioramento (di risorse ma talvolta anche di idee e motivazione), in particolare, in quello che era il principale organo previsto dalla legge di Riforma Sanitaria 833/78.
  • Flavio conferma e sostiene la validità del sistema dei “Servizi della ASL”, perché per la visione olistica insita nei suoi obiettivi, funzioni e metodi riesce a superare un approccio puramente repressivo di altri organi di controllo. Ma, allo stesso tempo, individua gli ineludibili fabbisogni di manutenzione e aggiornamento dello stesso sistema.
  • La soluzione che caldeggia per ovviare alla “pletora” degli organi di controllo, alle loro inefficienze, alle sovrapposizioni e ai disallineamenti-insensibili-ai-tentativi-di-coordinamento è quella della creazione di “un corpo unico che operi nella prevenzione e vigilanza con tutte le competenze al suo interno, che risponda ad una programmazione per obiettivi e non dipendente dal Pubblico Ministero“ e “collocato dove si voglia”.
  • Premesso che, per la tutela del lavoro e della SSL, riteniamo che rilevino primariamente altre questioni di politica economica e sociale (ma non solo) poste ben più a monte rispetto all’assetto istituzionale (la testa del “mostro”), SNOP mantiene perplessità e qualche specifica contrarietà in merito all’idea del “corpo unico” di prevenzione e vigilanza in materia di lavoro. È vero, ed è osservazione corrente, che il coordinamento e l’integrazione tra i vari organi oggi competenti, oltre a produrre risultati parziali e piuttosto disomogenei, non arrivano a fare sistema. Ma, benché l’idea di unificare sotto lo stesso tetto le diverse competenze possa trovare giustificazioni anche ragionevoli, riteniamo che vi si oppongano, invece, considerazioni di diversa natura.
  • Gli organi di natura sanitaria da quelli di natura “lavoristica” si differenziano, oltre che per visioni e strategie anche per ragioni storiche profondamente radicate e, se è vero che Flavio individua quali standard nel lavoro per obiettivi e nei metodi che integrano promozione e controllo che sono caratteristici dei primi, il trasferimento di questi ai secondi appare più una velleità che un progetto realistico.
  • Le competenze necessarie nei diversi ambiti e, di conseguenza, anche le discipline da cui esse derivano, appaiono anche molto lontane per natura, strumenti e metodi, tanto da non essere pensabile – al di là dei contesti in cui auspicabili multiprofessionalità e multidisciplinarietà siano centrate sui singoli temi – una miscela di esse che sia in grado di garantire qualità ed efficacia a tutto tondo. Parrebbe qui preminente, piuttosto, la necessità di assicurare gli standard ottimali per ciascuna branca (ofelé fa el to mestè) cercando di raggiungere il massimo di integrazione e di allineamento tra di esse.
  • Quando ci si lamenta della pletora di organi, non è che pensiamo di ridurla necessariamente mettendo insieme vigili del fuoco e guardia di finanza, tecnici sanitari della prevenzione e carabinieri, tecnici amministrativi, assistenti sanitari e medici del lavoro nonché, in vari scenari chimici, fisici, ingegneri, psicologi, sociologi e giuristi… ma piuttosto di farli lavorare insieme quando e dove necessario, di dotarli degli strumenti con cui dialogare con banche dati unificate ecc. Quindi, crediamo che la presenza di organismi diversi non sia necessariamente un male mentre lo potrebbe essere l’unificazione coatta.
  • Detto senza tema di accuse di nostalgie sospette: se ciascuno degli organismi nello stato precedente alla L. 215/21 avesse fatto bene quello a cui era deputato e avesse fatto propria la vocazione all’efficacia tramite la collaborazione e il coordinamento tra soggetti con competenze differenti, probabilmente avrebbero ottenuto risultati migliori e certo li hanno ottenuti quando e dove ciò si è realizzato.
  • Oltre a questo, è la collocazione “dove si voglia” di questo eventuale corpo unico che ci trova sinceramente freddi: perché il contenitore non è indifferente alla qualità e alla natura del contenuto. Crediamo, infatti, che il SSN debba avere un organismo di prevenzione dedicato alla Salute e Sicurezza sul Lavoro (d’accordo, non l’unico) e che esso debba far parte della sua struttura di prevenzione collettiva, cioè del Dipartimento di Prevenzione/di Sanità Pubblica, in quanto i determinanti di sicurezza e salute di cui si occupa appartengono in maniera inestricabile a quell’ambito.
  • È vero che dentro questa materia non c’è solo la “salute” di chi lavora (e non solo) ma ci sono anche le questioni sociali, economiche, amministrative, legali, giudiziarie ecc. e questo giustifica che diversi enti se ne occupino, con le rispettive competenze e per la propria parte.  Ma così come sarebbe improprio attribuire al SSN la competenza su questi altri aspetti, riteniamo che separare l’ambiente di lavoro dagli oggetti di interesse della prevenzione, porterebbe solo ad una diminutio sia della prevenzione stessa del SSN che della prevenzione SSL.
  • No, la via non è quella del corpo unico ma sì quella del lavoro integrato, però sotto una regia unica. “Regia unica” rimanda a un decisore istituzionale centrale (un Ministero) e alle sue articolazioni locali nei territori (Regioni e Province Autonome): ma anche nel ruolo di “regista unico” detto decisore sarebbe spesso inefficace, spesso inefficiente, in qualche caso pericoloso, se non lavorasse in rete con gli altri organi dello Stato e se non avesse l’onestà e l’umiltà di farsi supportare da una parte tecnica pubblica autorevole e indipendente, quale potrebbero essere l’Istituto Superiore di Sanità, gli organismi scientifici dell’INAIL, i comitati tecnici previsti dal Dlgs 81/08. Nemmeno possiamo dimenticare che alle funzioni di coordinamento lo stesso Dlgs 81/08 ha dedicato un “Comitato per l’indirizzo e la valutazione delle politiche attive e per il coordinamento nazionale delle attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro” (art. 5), una “Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul Lavoro” (art. 6), una rete di “Comitati regionali di coordinamento” (art. 7) il cui funzionamento in questi anni non ha certo brillato. Il modo di confrontarsi, coordinarsi e integrarsi c’è: se lo si vuole.

Una cosa è certa: la strada ambigua percorsa da qualche anno a questa parte da Governi anche di colore diverso, ha solo contribuito a creare uno stato di confusione e di debolezza dell’intero sistema di tutela di chi lavora. Per non dire di tutto quello che le politiche che incidono sul lavoro hanno o non hanno fatto.

Roberto Calisti e Graziano Maranelli

 

 

 

 

 

 

Se lo desideri, sostienici con una donazione

ULTIMI ARTICOLI

RIMANI AGGIORNATO

2 risposte

Lascia un commento