E dei diversi dubbi che sorgono intorno ad essa.
La notizia sarebbe di quelle buone: il nostro Paese si è finalmente dotato di una strategia in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro! È vero che, per essere operativa, dovrà essere recepita dalla Conferenza Stato-Regioni ma per ora abbiamo un documento ufficiale che intende fissare quello che in termini di SSL si vuole, a livello politico e istituzionale.
Lo aveva comunicato il 16 dicembre scorso il Ministero alla Salute, informando che il Comitato per l’indirizzo e la valutazione delle politiche attive e per il coordinamento nazionale delle attività di vigilanza (art. 5 D.Lgs. 81/08), presieduto appunto dal Ministro della Salute, aveva approvato in quella stessa data la “Strategia nazionale in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro 2026-2030”.
Qualche problema deve peraltro esistere nel sistema di comunicazione del Ministero se nella nota il Comitato ex art. 5 era trasformato nel “Comitato incaricato di indirizzare e coordinare la vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro”, limitandone sostanzialmente le funzioni per avervi tolto “l’indirizzo e la valutazione delle politiche attive”, così che anche quelle di indirizzo, che nella legge sono chiaramente intese in senso ampio, sarebbero così confinate alle sole attività di vigilanza. Si spera sia un mero lapsus, anche perché il concetto non viene fortunatamente ripetuto nel documento.
Ma i problemi di comunicazione non finiscono qui: viene indicato che l’obiettivo principale (“chiaro e ambizioso”) della Strategia starebbe nel “ridurre drasticamente infortuni e decessi” quando il documento in realtà non si limita all’obiettivo della riduzione degli infortuni e dei decessi (compito, ovviamente, ineludibile, anche augurandosi che i decessi intesi non siano solo quelli da infortunio) ma, correttamente, alla riduzione di tutti i danni alla salute da lavoro, quindi anche delle “malattie professionali” (e dei decessi da queste). Da riportare, infine, che qualcuno ha sollevato qualche dubbio sull’affermazione che la “collaborazione tra Ministeri, Regioni, INAIL, INL e parti sociali” di cui il documento sarebbe frutto, sia stata reale.
Poiché la Strategia era attesa da molti anni e la sua assenza veniva spesso (anche da noi) denunciata appare, quindi, curioso che quando infine è arrivata non abbia prodotto le reazioni che ci si sarebbe aspettati, né in positivo né in negativo. Anzi, a distanza di tre mesi dalla sua diffusione, l’impatto prodotto parrebbe piuttosto deludente: non vorremmo che questo fosse dovuto a disattenzione perché il documento è, invece, di per sé importante e presenta indubitabili elementi condivisibili, per certi versi innovativi perlomeno rispetto allo standard dei materiali governativi degli anni recenti. I commenti sono stati pochi e spesso limitati a descriverne struttura e obiettivi (v. ad esempio le presentazioni di Graziano Frigeri, di Olympus o di CiiP), se si escludono – a nostra conoscenza – gli interventi critici di CGIL, di Gabriella Galli su Repertorio salute e quello, esteso, di Maurizio Mazzetti su “Il manifesto in rete”, articolato in tre capitoli (v. le puntate 1, 2, 3), che peraltro contiene significativi ed opportuni riferimenti ad altro.
Noi vorremmo però provare, qui, a dire qualcosa di carattere generale, su impostazione e significato del documento, piuttosto che trattarne in dettaglio i contenuti.
In prima battuta, ci pare che l’uscita del documento in qualche modo sparigli le carte: ma come? eravamo tutti attestati sulla riprovevole assenza del Ministro della salute su questi temi, accusandolo di lasciare campo libero al Ministero del lavoro nel procedere – con INL e INAIL – su una propria linea politica e normativa che escludeva la sanità e ora ci ritroviamo il tanto a lungo atteso documento di Strategia SSL, confezionato proprio dal Ministero della salute?
Non solo: richiamando sapientemente i documenti strategici (Quadro strategico UE 2021-2027) e programmatici europei e l’integrazione con il non ancora definito Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031, esso delinea una strategia che, in generale, non si discosta da quelli, vi inserisce correttamente molte delle cose rilevanti che circolano sul tema e, tenendo ampiamente conto del contesto istituzionale italiano, chiama in causa in maniera centrale quelle ASL e quei Servizi di prevenzione che nei documenti dell’altro Ministero sono invece dimenticati o trascurati.
Occorre dire che anche i cinque assi strategici scelti (affrontare i cambiamenti del lavoro, rafforzare la resilienza del sistema istituzionale, potenziare le tutele, supportare le MPMI e diffondere la cultura della prevenzione fin dalle scuole) coprono in maniera (moderatamente) soddisfacente lo spettro delle azioni necessarie.
I documenti pianificatori che fanno capo al MinLav (v. “Piano integrato”) e ad INAIL (“Piano triennale”) vi sono ovviamente ed educatamente richiamati e, anzi, si attribuisce al coordinamento tra enti un valore irrinunciabile ma, nella sostanza, la Strategia – che si pone in posizione gerarchicamente superiore rispetto a quelli, facendoli apparire come piani singoli e su aspetti particolari – pare indicare una direzione in parte diversa da quelli.
Un punto rivelatore è a pag. 5, dove si sostiene che il quadro definito tra L. 833/78 (pur con la sua evoluzione “regionalista”) e D.Lgs. 81/08 ha “una forte connotazione sanitaria” e anche che “afferisce in maniera rilevante ai temi più generali del welfare”. Non a caso, e anzi conseguentemente, la Strategia punta sul “rilancio del capitale umano nell’area della prevenzione del SSN e il potenziamento dei servizi che la esplicano” (facendone l’obiettivo 3.1) fino a spingersi ad indicare una dotazione organica dei SPSAL “pari a 34 operatori indeterminato/100.000 occupati”, che così conferisce indiretta ufficialità a quel documento semiclandestino che era stato prodotto dal Tavolo tecnico di lavoro dedicato agli standard dei Dipartimenti di Prevenzione del dicembre 2024.
E la Strategia contiene tanto altro, sposando un modello di prevenzione che è ben inserito dentro gli ormai numerosi Piani Nazionali di Prevenzione, nato e cresciuto nelle ASL e che non solo coniuga vigilanza e assistenza, promozione e repressione (v. l’attenzione riservata ai Piani mirati di prevenzione) ma è necessariamente integrato dentro l’intera prevenzione del SSN, di cui condivide obiettivi e strumenti.
Quello che ci sentiamo di sottolineare è, proprio e purtroppo, la lontananza di questo modello ampiamente richiamato dalla strategia, da quello che va per la maggiore di questi tempi, indubbiamente governati dal Ministero del lavoro. E colpisce proprio perché lo fa dall’alto di un documento strategico ufficiale che, come tale, dovrebbe stare sopra anche ai documenti degli altri enti coinvolti e, anzi, li dovrebbe indirizzare e contenere.
Un primo, piccolo, “colpo” il MinSal l’aveva piazzato dentro la L. 159/2025, quando era riuscito ad inserire – pare, in maniera non del tutto facile – ben due articoli (il 17 e il 18) che, come corpo estraneo, erano stati introdotti in un impianto normativo per il resto evidentemente redatto da altra mano. Ma che ora il Ministero alla Salute, con la Strategia, voglia addirittura porsi sopra al MinLav, a cui fin qui tutto in questa materia ha delegato, e dettare obiettivi e vie, sembra un azzardo.
Nonostante si presenti come il quadro di riferimento strategico che dovrebbe contenere tutte le politiche per la salute e sicurezza sul lavoro, forse siamo ben lontani da questo, in quanto non c’è purtroppo alcuna evidenza che “l’altro ramo” istituzionale incardinato nel MinLav abbia intenzione di lasciare la propria strada. Si veda, banalmente, la recente circolare INL n. 1/2026 a proposito di controlli sanitari in tema di alcol/stupefacenti ai sensi dell’art. 41, comma 2 lettera e-quater (in caso di “ragionevole motivo”), nella quale interviene – tra l’altro in maniera inadeguata – su una materia sanitaria. Ma testimone di questo forte dubbio è soprattutto il Piano annuale integrato INL per il 2026 che, emanato con il D.M. 20/26 due mesi dopo la Strategia, cita quest’ultima un’unica volta collocandola indistintamente in mezzo a “tutta una serie di atti di indirizzo e documenti programmatici, predisposti dalle diverse Amministrazioni competenti”. La Strategia sarebbe, quindi, non tanto “il” riferimento politico-istituzionale per la salute e sicurezza sul lavoro ma un documento come vari altri e prodotto da “una” delle amministrazioni!
Siamo alle solite e non ne usciamo: le più recenti azioni del Governo si collocano altrove e al di fuori rispetto ai Piani Nazionali della Prevenzione e questi, a loro volta, ignorano l’INL. MinLav e MinSal parlano lingue diverse e fingono che non sia così. Con danno alla prevenzione.
Sarebbe interessante, certo, discutere dei contenuti della Strategia, anche perché – accanto a molte cose condivisibili – non mancano debolezze ed assenze (sconosciuto, ad esempio, il valore della partecipazione, intoccabili modi e organizzazione del lavoro, nell’analisi del contesto istituzionale manca qualsiasi riferimento alle forze in campo …), ma qui ci interessa sottolineare, accanto alla sostanziale validità di impostazione, che essa conferma l’esistenza di una dicotomia a livello politico: una visione che ha radici entro il sistema sanitario e forti riferimenti scientifici ed europei ed un’altra consistente in (e derivante da) una politica di piccolo cabotaggio (vedi gli spezzettati – così da diventare “copiosi”[1] – interventi normativi di grande clamore e di poca sostanza ed efficacia, vedi la voce grossa da una parte e la promessa di franchigie dall’altro a “tutela di chi fa”) che rimane saldamente in mano al MinLav.
Diversamente da altri non ci preoccupa tanto l’assenza delle conseguenti previsioni operative, di impegni istituzionali o economico-finanziari, che partendo dalla strategia ci aspetteremmo poi declinate in un piano (idealmente il PNP?), mentre quello che ci inquieta nel documento è piuttosto l’irrisolto e ambiguo quadro complessivo della SSL sul quale si fonda a livello politico ed istituzionale e che ci fa tornare alla domanda: chi comanda a Roma in tema di SSL?
Va bene anche questa strategia ma ci auguriamo che si adottino le politiche conseguenti e che quegli obiettivi (pur integrati da quelli lì minimizzati od obliati) informino veramente le azioni del Governo e delle Istituzioni, chiarendo quale siano l’assetto istituzionale definitivo e il suo effettivo funzionamento e si fermi quella gara a “chi la vince” che rischia di far perdere tutti, a partire dei reali destinatari, per i quali la salute dovrebbe essere un diritto. Sarà possibile in questi tempi difficili? È vero che spes ultima dea ma per non essere pessimisti occorrerebbero alcuni cambiamenti non di poco conto.
C’è soprattutto bisogno di chiarezza da parte dei vertici politici: a partire, in particolare, dalla L. 215/21 c’è stata un opera – incredibilmente bipartisan, con l’appoggio anche del sindacato – di revisione del quadro istituzionale, il cui assetto finale pare ancora incompleto ed indeciso. Questa Strategia lo conferma un’altra volta e forse contribuisce a incrementare il disordine politico e istituzionale.
In conclusione, bene la strategia, bene la discesa in campo del Ministero della Salute ma questa ci pare un’altra occasione persa per chiarire quale sia oggi il “sistema pubblico per la SSL”, chi fa che cosa e perché e chi ne regga le fila…. e naturalmente per quali obiettivi concreti. Senza dimenticare il: “che ne pensano i lavoratori”?
In altre parole, è proprio così impossibile ed utopistico pensare oggi ad una visione (e quindi conseguentemente ad una strategia) condivisa, di Paese?
Graziano Maranelli
18 marzo 2026
[1] ) Così il Piano integrato 2026 del Ministero del Lavoro

