Malattie Professionali: alcune riflessioni
Isa Redaelli, medico del lavoro ed ex componente della SC Prevenzione Sicurezza Ambienti di Lavoro dell’ATS Brianza, propone alcune ulteriori riflessioni sul tema delle malattie professionali, proseguendo il confronto avviato a partire dall’intervento di Leopoldo Magelli e dai successivi contributi di Giovanni Falasca, Tino Magna e Maurizio Mazzetti.
Malattie Professionali: qualche riflessione
Stimolata dagli interventi precedenti, vorrei proporre alcune riflessioni su questo importante tema.
1. Chi segnala
In generale, il numero delle segnalazioni (v. tab. 1 nel file tabelle .pdf allegato) è maggiore nelle classi di età pari o superiori ai 55 anni. Molte di queste persone non sono più occupate e questo potrebbe spiegare un accesso privilegiato ai Patronati, spesso primo punto di contatto in prossimità del pensionamento più che per eventuali pratiche di invalidità civile. Nella mia esperienza, molte persone decidono di denunciare una malattia professionale solo dopo aver cessato l’attività lavorativa, quando non temono più possibili ritorsioni.
Analizzando la Regione Lombardia, dove ho lavorato, emerge che il numero totale di denunce per 100.000 occupati è inferiore alla media nazionale. Le aziende lombarde sono più salubri? Allo stesso tempo, le denunce per gli over 65 risultano superiori alla media nazionale. I lavoratori lombardi smettono di lavorare più tardi? Oppure esistono variabili ulteriori? Le aree più virtuose mostrano infatti tassi più elevati tra gli under 55.
La distribuzione delle fonti informative (v. tab. 2 nel file tabelle .pdf allegato) varia notevolmente tra le Regioni, al punto da far sembrare ogni territorio un sistema a sé. Ciò rende il dato nazionale meno significativo, pur restando validi i trend generali già illustrati da Magelli.
Ogni Regione, inoltre, sembra avere un interlocutore privilegiato: Patronati in Sardegna, INAIL in Puglia, strutture universitarie e ospedaliere in Lombardia, Medici Competenti a Bolzano, Servizi PSAL in Campania, Medici di Base in Calabria, Medici Specialisti in Basilicata, Autorità Giudiziaria in Campania. Sarebbe utile comprenderne le ragioni, per individuare modelli eventualmente più efficaci in termini di denunce e riconoscimenti. Per la Lombardia, ritengo rilevante il contributo delle Unità Operative Ospedaliere di Medicina del Lavoro e del COR della Clinica del Lavoro di Milano.
Medici Competenti e Servizi Territoriali
Concordo sul fatto che il rapporto sbilanciato tra Medico Competente e Azienda possa influenzare la denuncia delle malattie professionali. Tuttavia, esistono ulteriori elementi da considerare.
Fino alla fine degli anni Novanta, il rapporto tra Medici Competenti e Servizi Territoriali era stretto: i primi si rivolgevano ai Servizi per chiarimenti, aggiornamenti e supporto. Con il tempo, a causa dell’aumento dei carichi di lavoro e della riduzione del personale, questa collaborazione si è allentata.
Anche l’espansione del numero di Medici Competenti e dei Centri di Consulenza ha introdotto nuovi vincoli operativi.
Per quanto riguarda i Servizi Territoriali, la mia esperienza attraversa diversi modelli organizzativi: Consorzi Sanitari di Zona, Unità Socio-Sanitarie Locali, Aziende Sanitarie Locali e Aziende Territoriali Sanitarie. Nel tempo, l’attenzione si è spostata dal territorio all’ospedale e infine agli aspetti manageriali. Il recepimento delle direttive europee ha modificato in modo sostanziale l’attività dei Servizi, riducendo la verifica diretta dei rischi nei luoghi di lavoro. La verifica cartacea, seppur accurata, ha indebolito la percezione del Servizio come interlocutore affidabile da parte dei lavoratori, contribuendo al calo di segnalazioni dirette rispetto a quanto accadeva fino agli anni Novanta.
Inoltre, le informazioni previste nell’allegato 3B del Testo Unico 81/08 non sono, a mio avviso, sufficienti per costruire mappe dei rischi che consentano una ricerca attiva dei danni e delle malattie professionali.
2. Il lavoratore di fronte all’INAIL
Concordo con Mazzetti riguardo all’asimmetria informativa tra lavoratore e datore di lavoro, sia di fatto sia di diritto.
Di fatto, durante l’anamnesi il lavoratore fornisce informazioni sulla propria esperienza, sulle mansioni svolte, sulle sostanze utilizzate e sugli ambienti di lavoro; presenta la cartella sanitaria e di rischio e talvolta riferisce casi simili tra colleghi.
Di diritto, la questione è più complessa. L’asimmetria deriva in gran parte dalla scarsa aderenza delle aziende alle norme del Testo Unico 81/08. La cartella sanitaria, infatti, dovrebbe riportare i fattori di rischio e i livelli individuali di esposizione, ma nella pratica tali informazioni risultano spesso incomplete o estremamente sintetiche. Raramente ho riscontrato DVR che riportassero livelli individuali di esposizione. Nei casi migliori, i dati erano organizzati per reparto o mansione, ma non su base individuale.
Mazzetti osserva che l’INAIL potrebbe colmare questa asimmetria acquisendo il DVR e utilizzandolo per valutare il nesso causale tra esposizione e malattia. Tuttavia, resta da capire quale sia l’effettivo comportamento dell’Istituto in casi tutt’altro che rari:
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DVR assente o incompleto rispetto ai rischi pertinenti;
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DVR redatto senza conformità alle buone pratiche o alle norme tecniche;
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DVR non rappresentativo della reale attività lavorativa, evidenziabile tramite anamnesi accurata.
Queste situazioni, frequentemente riscontrate nell’attività di vigilanza, sollevano interrogativi rilevanti sulla capacità dell’INAIL di ricostruire correttamente l’esposizione e garantire un equo riconoscimento.
Isa Redaelli
18 novembre 2025

