NOI SIAMO
QUELLI CHE...

Pensano che le informazioni sullo stato di salute delle persone e delle comunità, sulle malattie e gli infortuni, sulle cause di entrambi...costituiscano una premessa indispensabile per fare prevenzione;
Offrono alle istituzioni, ai corpi intermedi della società...valutazioni, proposte, azioni di informazione e formazione con l'intento di partecipare...;
Non hanno conflitti di interesse...per cui sono liberi di dire ciò che pensano
Comunicano in modo trasparente...
Non hanno tra gli obiettivi prioritari la difesa di categorie o di singole figure professionali...
Cercano un continuo confronto con le altre Società scientifiche che operano nel mondo della prevenzione...
Non hanno mai smesso di credere nella necessità di un sistema pubblico di prevenzione diffuso in tutto il paese, in grado di garantire il diritto alla salute e di contrastare le diseguaglianze.
Pensano che la solidarietà e la partecipazione siano ancora valori indispensabili.

Della fuga dei tecnici della prevenzione dai Servizi PSAL

Condividi con:

Facebook
Twitter
WhatsApp
Email
Stampa

Tempo di lettura: 6 minuti

Tempo di lettura: 6 minuti

A proposito di un intervento di Vincenzo Di Nucci

Il ripetersi di notizie che raccontano o paventano il passaggio di personale tecnico TPALL dalle ASL a INL è qualcosa che desta preoccupazioni nell’ambito dei Dipartimenti di Prevenzione e lo è ancor più perché questo si somma ad altri fatti rilevanti che riguardano i tecnici della prevenzione nel SSN: il calo delle domande di iscrizione ai corsi di laurea (benché più contenuto rispetto a quello di altre professioni sanitarie), la defezione di partecipanti ai concorsi ASL o la rinuncia in caso di assegnazione ai Servizi PSAL, la disaffezione verso il ruolo in particolare presso gli stessi ma, più in generale, presso il Servizio Pubblico e altro ancora. Messe tutte insieme queste cose, suggeriscono che si tratti di un evento non casuale e forse nemmeno contingente.

Lo dice con chiarezza Vincenzo Di Nucci (tra le altre cose, già Presidente AITEP e ora presidente della Commissione di Albo Nazionale dei Tecnici della Prevenzione) nel suo intervento dal titolo significativo “La Prevenzione non si esternalizza: cammino da ASL a INL” pubblicato sulla sua pagina Linkedin https://www.linkedin.com/feed/update/urn:li:activity:7438360061460078592/, in cui sostiene che “siamo di fronte a un indicatore preciso di un disagio profondo che attraversa i servizi“ e che dobbiamo fare attenzione alle condizioni che quel disagio svelano e da cui in parte sono generati.

L’intervento è molto interessante e contiene diversi punti che meritano un approfondimento. Ne segnaliamo alcuni, sperando di farne una lettura corretta:

  • A fronte delle cose che succedono nella professione dei TPALL dentro i servizi pubblici, la domanda vera, sostiene, dovrebbe essere piuttosto: “cosa succede al sistema?”. La “fuga” avviene sì a livello individuale “ma perché il contesto che produce identità collettive si è assottigliato fino quasi a scomparire. Quando manca la rete, ci si salva da soli.”
  • Si percepisce una pericolosa deriva dentro le strutture pubbliche di prevenzione che le allontana da quel modello, costruito con e nel SSN, fondato su una “prevenzione unitaria” (scrive Di Nucci che “la prevenzione è unitaria oppure non è prevenzione”), per effetto di progressivi interventi – giustificati da reiterate razionalizzazioni – che tendono a frammentare i soggetti competenti (vedi, per tutte, la vicenda ASL-INL ma senza dimenticare quanto succede nella filiera alimentare) e a contrastare la necessaria integrazione (e “quando si spezza un sistema integrato, alla fine tutti diventano più deboli.”)
  • I Dipartimenti di prevenzione, che di quel modello sono stati la più diretta espressione (pur con le immancabili disomogeneità territoriali, produttive e di efficacia), escono indeboliti da queste trasformazioni e paiono spesso aver smarrito la strada maestra della integrazione, cosa che risulta paradossale in un tempo che invece scopre la One Health.
  • Appare rilevante, dentro queste strutture, l’effetto di un “cambio generazionale”, che riguarda tutte le professioni, benché Di Nucci sottolinei quella che avviene ed è avvenuta nei tecnici della prevenzione. Non nega responsabilità alla generazione in uscita (“una frattura generazionale che noi … non abbiamo saputo, o potuto, evitare”) ma la perdita in termini di competenze, di modelli di approccio e di strumenti che si è verificata o che rischia di compiersi nel passaggio, ha verosimilmente trovato fertile sponda in una cultura organizzativa inadeguata e in condizioni di disinvestimento politico e di risorse (“un mondo che ha smantellato le comunità di pratiche e le ha sostituite con connessioni orizzontali, veloci, senza profondità storica”).
  • Tutto questo, dice Di Nucci, avviene nel preoccupante “silenzio di molti dirigenti dei nostri servizi”, silenzio da intendere sia come incapacità di comprendere “dove si è aperta la falla” sia come inazione (con il richiamo, un po’ forte, all’orchestra del Titanic).

Sperando che anche questo rilancio dello scritto di Di Nucci possa contribuire a generare il dibattito che meriterebbe e che parrebbe necessario, vorremmo annotare anche noi alcuni elementi della questione.

Di Nucci ha il grande merito, in questo momento, di portare alla luce quello che da tempo ci stiamo tutti raccontando in privato, intorno alle difficoltà di ripartenza dei DP dopo i disinvestimenti del recente passato e in coincidenza con l’esodo di una generazione quasi storica di professionisti, per la fuga o per il mancato arrivo di nuovi professionisti. È vero che spesso questi fenomeni avvengono ad un livello individuale ma anche che “le scelte individuali, quando si sommano, diventano fenomeni sistemici.” Sappiamo che analoghi problemi riguardano, ad esempio, i medici del lavoro (con l’attrazione fatale verso il remunerativo ruolo di medico competente). Le resistenze delle amministrazioni aziendali a dotare i DP di altro personale, sia sanitario che no, fanno il resto.

Manchiamo ancora e da molto tempo (colpa di chi?) di un quadro aggiornato delle dotazioni e della attività dei Servizi ma benché prima il fantomatico documento del Tavolo tecnico per la definizione di obiettivi, standard organizzativi e di personale dei Dipartimenti di Prevenzione e ora la Strategia Nazionale SSL abbiano definito – pur dimostrando ancora una volta una visione ristretta in termini di necessaria molteplicità di professioni – degli standard relativi al personale dei Servizi, in particolare di quelli PSAL, risulta che le risorse a disposizione dei DP rimangano in generale carenti, più o meno pesantemente.

Questo nuovo fenomeno di disaffezione e fuga – alimentato anche dall’innaturale competizione creata, forse ad arte, tra ASL e INL – obbliga però a guardare con maggiore attenzione a quello che succede dentro il “sistema”, per trovarne le cause profonde. I fattori in gioco sono sicuramente in numero maggiore e ancor più intrecciati, rispetto a quelli che appaiono ad una prima valutazione: è facile individuare, tra questi, la grave crisi del SSN ma, non disgiunta da questa, anche la piega “privatistica” che sta prendendo tutto il sistema pubblico in molti dei suoi ambiti, che sta lentamente e spesso silenziosamente (Di Nucci cita implicitamente l’effetto “rana bollita” di Chomsky) perdendo molti degli attributi democratici, ugualitari e universali conquistati nei decenni precedenti.

Sicuramente, attengono al caso anche i profondi cambiamenti epocali a cui assistiamo e che si manifestano in una trasformazione socio-culturale che coinvolge particolarmente le generazioni più giovani e che si traducono anche in atteggiamenti verso il lavoro e la professione talvolta distanti da quelli delle precedenti (l’impiego pubblico, il posto fisso, il tempo pieno, il peso del lavoro nella propria vita ecc.). Evidentemente, quello che conosciamo noi del lavoro dei Servizi non è in grado di offrire ai nuovi professionisti prospettive adeguate, sia per la perdita di qualità sia per l’inadeguatezza complessiva dell’offerta e delle prospettive.

Una delle principali criticità è rappresentata anche dalle difficoltà del modello multiprofessionale su cui era basata in origine la garanzia di trasversalità e di integrazione delle azioni dipartimentali, le colpe delle quali vanno ricercate ovviamente non nei professionisti e nemmeno nelle singole professioni ma nelle organizzazioni che non hanno saputo dotarsi degli strumenti idonei a sostenerlo e a compensare le diverse esigenze (contratti, stipendi ma anche ambiti di competenza definiti). Alcune scelte (ri)organizzative hanno addirittura in alcuni casi alterato il sistema: le professioni, ciascuna per il proprio specifico, hanno contribuito, perseguendo obiettivi contrastanti, legittimi ma propri, e le organizzazioni adeguandosi senza tenere fermi alcuni capisaldi e rinunciando a imporsi per realizzare quella diversificazione delle competenze che la complessità dei compiti e delle materie richiede (vedi il bisogno di psicologi, chimici, fisici, ingegneri ecc.).

Il sistema non ha saputo adeguarsi alle nuove realtà (nuovi e diversi professionisti, diverse relazioni anche gerarchiche, riconoscimento di legittime autonomie, di competenze, di responsabilità, confronto con un sistema “privato” della prevenzione in forte crescita di competenze …) e ha sacrificato modelli validati di lavoro nella prevenzione senza saperne costruire di nuovi.

Da quanto, a questo proposito, c’è nello scritto di Di Nucci, ci differenzia, probabilmente, una maggiore preoccupazione sul fabbisogno di una diversificazione delle competenze dentro i Dipartimenti di prevenzione, pur nel riconoscimento delle centralità di quelle dei TPALL ma crediamo che la questione debba trovare una soluzione in un quadro strategico e organizzativo condiviso e basato sulla ricerca della appropriatezza e della efficacia delle azioni di prevenzione nel rispetto delle prerogative professionali di ciascuno.

C’è, tra gli altri, un tema sottovalutato a nostro parere, che trama al di sotto di tutte le questioni qui toccate ed è quello della formazione: formazione delle singole professioni ma anche – diremmo – delle professioni “insieme”, ché per garantire un sistema multi/poli-professionale e polidisciplinare non è pensabile fare la somma di diverse formazioni che non abbiano un tratto comune o non tengano conto le une delle altre! 1 E questo riguarda, pur in maniera diversa, tutte le professioni implicate a cominciare da quella dei TPALL e dei medici del lavoro per includere quelle non sanitarie, se non si vuole finire nel modello INL in cui, per la SSL, sembra pressoché indifferente il punto di partenza (le competenze di base) e si affida l’allineamento ad un corso di formazione di un po’ di ore.

A proposito della dirigenza dei servizi, legittimamente chiamata in causa da Di Nucci: siamo sicuri, ad esempio, che il sistema della formale formazione manageriale, erogata in maniera indifferente rispetto alla tipologia dei Servizi e a cui è affidata la qualità delle funzioni direttive, sia adeguata allo svolgimento di funzioni così delicate?

Un’ultima osservazione riguardo alla figura del tecnico della prevenzione in questo quadro: il passaggio all’INL non contraddice la stessa natura sanitaria della professione? La scelta, allora, non fu del tutto indolore e non mancarono resistenze ed opzioni diverse (es. puramente “tecniche”) ma fu certamente una scelta forte e lungimirante – nonostante le diverse imprecisioni e disomogeneità realizzative – sia nella collocazione che nella trasversalità: doveva essere, tra l’altro, espressione e strumento di quella integrazione (una One Health in nuce) su cui si fondava il sistema del Dipartimento della Prevenzione (che pure aveva perso da poco l’ambiente).

Ritrasformare quel ruolo in quello di “ispettore”, oltre a riportare indietro le lancette dell’orologio all’epoca pre-riforma, rischia di sprecare una serie di competenze acquisite in un percorso formativo che è finalizzato a un ruolo ben più ampio ed avanzato. E non sono certo i singoli tecnici cha fanno la scelta i primi a doversene preoccupare!

Di Nucci mostra con sofferta partecipazione, che il nodo delle professioni si è ulteriormente complicato con questa dinamica in atto, che pare inarrestabile, in cui la SSL si sta separando a forza dalla Salute Pubblica, allontanandosi sempre di più dall’impostazione originaria della Riforma.

Ritorniamo quindi al dilemma che ci blocca, tra SSN e INL, a cui il Documento sulla Strategia Nazionale non solo non offre una chiara soluzione ma addirittura confonde ancor più le cose.

 

1 ) v. capitolo “formazione” qui: https://snop.it/a-proposito-di-dipartimenti-di-prevenzione

Se lo desideri, sostienici con una donazione

ULTIMI ARTICOLI

RIMANI AGGIORNATO

Lascia un commento